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DANIELA DAVI' - Il danno biologico: il danno alla vita di relazione, il danno estetico e il danno edonistico
 IL DANNO BIOLOGICO: IL DANNO ALLA VITA DI RELAZIONE, IL DANNO ESTETICO, IL DANNO EDONISTICO 

Daniela Davì
* 

Sommario: 1. Evoluzione storica del danno biologico attraverso il percorso giurisprudenziale. – 2. Il danno biologico tra nozione strettamente giuridica e nozione medico – legale. –3.
Sistemi di liquidazione del danno alla persona dal modello tradizionale ad oggi. – 3.1 Le reazioni della dottrina–3.2... e della giurisprudenza. – 3.3 Il risarcimento diretto ex art. 149 del codice civile, attuato con il d. P.R. 18 luglio 2006, n. 54. –4. Il danno biologico e il danno alla salute. – 4.1. I due aspetti del danno alla salute. – 4.2. Le influenze del danno alla salute sull’impianto tradizionale di liquidazione del danno alla persona.–5. Autonoma configurabilità del danno biologico. –5.1. Il danno alla vita di relazione. –5.2. Il danno estetico. – 6. Il danno biologico da morte. La fattispecie di danno da lesione del legame parentale  (c.d. danno edonistico). – 7. Il danno biologico e il mobbing. –7.1. Tipologia di mobbing. –7.2. Nesso causale e mobbing.  

1.
Tra gli interessi fondamentali dell’uomo assume particolare rilievo il danno biologico ossia il danno rappresentato dalle lesioni dell’integrità psicofisica e della salute, la cui tutela giuridica trova il suo fondamento normativo nella Carta Costituzionale (artt. 2, 3, 32 Cost.). E’ opportuno precisare che la dizione “salute” è intesa secondo un’ accezione ampia, sganciata da un criterio di determinazione puramente medico – legale, e va a coincidere con il valore della persona nel suo complesso. Secondo infatti l’interpretazione costituzionalmente orientata del nostro ordinamento giuridico la persona viene considerata e tutelata nel suo modo di esistere e quindi in tutte le forme nelle quali si realizza la propria personalità. Solo a titolo semplificativo per danno biologico si intendono le invalidità in genere, le menomazioni, le deturpazioni, le impotenze sessuali, malattie nervose, insonnia e qualsiasi altra lesione corporale e mentale della persona.

La tradizione romana aveva ritenuto non risarcibile il danno alla persona sul presupposto che la persona non ha prezzo. In passato la nostra dottrina ha fatto proprio il suindicato principio romanistico ravvisando nella lesione personale un danno non patrimoniale, ciò anche in aderenza ai criteri regolanti la responsabilità civile che ammettevano il risarcimento dei soli danni patrimoniali previsti ai sensi dell’art. 2043 c.c. e i danni morali ai sensi dell’art. 2059 c.c. L’individuo in quanto titolare di un patrimonio valutabile secondo un criterio economico – contabile poteva invocare la tutela giuridica, qualora il predetto patrimonio subisse un danno, nella forma della perdita subita o del mancato guadagno (lucro cessante) ai sensi dell’art.1223 c.c.. L’ipotesi tipica era rappresentata dalla diminuzione della capacità lavorativa e il relativo danno veniva commisurato sulla base del reddito lavorativo. Ulteriore ipotesi prevista in termini di risarcibilità del danno era rappresentata dal risarcimento del danno morale derivante dal reato ai sensi degli artt. 2059 c.c. e 185 c.p., che si risolvesse in un patema d’animo o dolore psicofisico, senza produrre postumi invalidanti sulla persona medesima. In tal caso il risarcimento del danno viene a compensare il dolore subito ovvero il c.d. pretium doloris. Da ciò discende che solo l’individuo percettore di reddito colpito nella propria integrità psicofisica riceveva tutela giuridica dall’ordinamento, non residuando tutela giuridica per tutti coloro privi di un reddito lavorativo, ciò in palese contrasto con gli artt. 2 e 3 della Carta Costituzionale.      

L’orientamento giurisprudenziale e dottrinario improntato ad una logica patrimonialistica è rimasto costante fino alla metà degli anni ’70, successivamente si è avvertita l’inadeguatezza dei risultati cui porta l’applicazione delle regole sulle quali si fonda lo schema risarcitorio classico e contestualmente emergono nuove fenomenologie di danno che mettono in crisi la tradizionale equazione tra lesione di un interesse patrimoniale e la causazione di un danno patrimoniale, si supera così la logica patrimonialistica del danno costruita sul valore economico dei beni del danneggiato, per giungere ad un concetto più ampio di patrimonialità, che abbia ad oggetto non solo il valore dei beni distrutti, ma anche il complesso delle utilità riguardanti il soggetto. Da questa rielaborazione della patrimonialità del danno emerge la nuova figura di danno biologico, mettendo in crisi la tradizionale concezione della patrimonialità, che per lungo tempo ha governato il risarcimento del danno alla persona e che ha come punto di riferimento i beni di proprietà di un soggetto, il cui valore è rimesso alla determinazione del mercato. Con l’emergere di nuove figure di danno si assiste all’abbandono della concezione patrimoniale propria della c.d. Differenz Theorie, di un dato aritmetico dato dalla differenza tra il saldo patrimoniale della vittima prima e dopo l’evento lesivo. Secondo la moderna dottrina il carattere patrimoniale del danno deriva non dall’accertamento contabile di un saldo negativo nello stato patrimoniale della vittima, bensì dalla idoneità del fatto lesivo, a determinare in concreto una diminuzione dei valori e delle utilità economiche di cui il danneggiato può disporre. Per tale via si arriva ad individuare la possibilità di identificare perdite di utilità aventi carattere patrimoniale pur non esistendo un mercato per le utilità, restando pur sempre possibile attribuire alla perdita di un’utilità un valore economico, direttamente desumibile da una valutazione sociale tipica. Autorevole dottrina (Petti) ha affermato che: “il danno non patrimoniale della persona umana è lesione di un diritto umano inviolabile, costituzionalmente protetto o internazionalmente riconosciuto: la sua tutela prescinde dall’accertamento del danno patrimoniale o del danno morale soggettivo da reato rilevato”. Contro il tentativo di riformulare la categoria del danno patrimoniale di riflesso all’esigenza di collocare il danno biologico si è opposta altra dottrina (Castronovo 1996), secondo la quale il danno biologico è danno non patrimoniale, per cui si ravvisa la contraddizione di un danno, che da un lato esalta la salute come dimensione essenziale della persona, dall’altro però non sfugge attraverso il risarcimento alla patrimonializzazione mediata dello stesso. Secondo tale orientamento l’estensione della misura risarcitoria alla lesione di situazioni soggettive non patrimoniali dal un lato ha segnato la conquistata rilevanza, ma dall’altro ha messo a nudo l’estrema inadeguatezza del rimedio giuridico, e bisognerebbe inventare una figura diversa dal risarcimento, più consona a tali situazioni giuridiche. Se l’assunto è quello della irrisarcibilità del danno alla persona, considerata l’impossibilità di compensare dolore, perturbamento psicofisico con una quantità di denaro, è anche vero che la Suprema Corte ha osservato in più occasioni che funzione del risarcimento non è quella di monetizzare il dolore o di ripristinare la situazione compromessa dall’illecito, ma quella di assicurare al danneggiato un’utilità sostitutiva che lo compensi, per quanto è possibile, dalle sofferenze ricevute. A tale riguardo alcuni Autori hanno ritenuto che la irrisarcibilità del danno alla persona può essere superata solo riconoscendo al risarcimento natura di utilità meramente sostitutiva e consolatoria.  

Importante è stato l’impegno della dottrina e della giurisprudenza tese alla elaborazione di una categoria concettuale di danno biologico sganciata dai vecchi modelli risarcitori.              

Il primo tentativo da parte della giurisprudenza di soddisfare le intervenute esigenze di tutela del danno biologico è quello sicuramente rappresentata dalla sentenza del Trib. Genova 25/5/1974 (GI, 1975, I, 2, pag. 54 con nota del Bessone e del Roppo; 20.10.1975, ivi, 1976, I, 2, pag. 433, con nota dell’Alpa;), che in accoglimento delle istanze dottrinarie stabilisce che il danno alla persona si riferisce alle attività lavorative ed extralavorative comprendendo queste ultime le attività per mezzo delle quali si realizza la personalità dell’individuo. Ricordiamo la sentenza della Corte Costituzionale del 26/7/1979 n. 88 (FI, 1979, I, pag. 2542; GI, 1980, I, 1, pag. 9; RaDC, 1980, pag. 187; GC, 1980, I, pag. 535) che definisce il diritto alla persona:

 

Come un diritto primario ed assoluto da ricomprendere tra le posizioni soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione e precisa poi che in caso di violazione dello stesso la indennizzabilità non può essere limitata alle conseguenze della violazione incidente sull’attitudine a produrre reddito, ma deve comprendere anche gli effetti della lesione al diritto considerato come posizione soggettiva autonoma indipendentemente da ogni altra circostanza e conseguenza (Corte Cost. 26/7/1979, n. 88, FI, 1979, I, pag. 2542 ).

L’evoluzione giurisprudenziale della categoria del danno biologico ha trovato la sua conclusione nella storica sentenza della Corte Costituzionale 14/7/1986 n. 184 (FI, 1986, I, pag. 2053; CS, 1986, II, pag. 290; NGCC, 1986, I, pag. 534; GC, 1986, I, pag. 2324; RCP, 1986, pag. 520; GI, 1987, I, 1, pag. 392) che afferma: Leggendo l’art 2043 c.c. nel sistema dell’intero titolo IX del libro IV del codice civile, il danno biologico dovrebbe ritenersi risarcibile soltanto quando il medesimo produca danni patrimoniali, comunque intesi. E’ ben vero che l’interpretazione letterale del solo art. 2043 c.c., che non menziona la patrimonialità delle conseguenze dannose risarcibili ma fa espresso riferimento esclusivamente all’ingiustizia del danno, potrebbe condurre, come ha sostenuto una parte della giurisprudenza, a ritenere il danno biologico rientrante, quale species, nel genus danno ingiusto: l’interpretazione letterale del solo art. 2043 c.c. non può, tuttavia, prevalere sull’interpretazione sistematica dello stesso articolo, nel quadro dell’intero titolo IX del libro IV del codice civile. Ed è per queste ragioni che ad altra parte della dottrina e della giurisprudenza non è restato che allargare la nozione di danno ex art. 2043 c.c. fino a comprendere tutte le menomazioni direttamente ed obiettivamente valutabili in denaro (e quindi anche il danno biologico) oppure assumere quest’ultimo come comprensivo di tutti i pregiudizi che riducono la capacità del soggetto a produrre e ricevere utilità derivanti dalla sua attività o dal mondo esterno. Tuttavia, il danno biologico, come si è avvertito, è in ogni caso, un tipo di fatto  (menomazione dell’integrità psico – fisica del soggetto) ed un tipo di lesione della salute, sempre presente, nel doloso o colposo illecito realizzativo della predetta menomazione.Tale tipo di fatto e di lesione non vanno in alcun modo confusi con l’eventuale presenza, in concreto, di danni patrimoniali od economici, conseguenti al fatto e alla lesione ora specificati. Basterebbe, ancora una volta, ribadire che uno speciale tipo di danno ed uno specifico bene tutelato, leso da un fatto tipico (la predetta menomazione), non possono confondersi con una categoria generale di danni che conseguono eventualmente (ed in ogni caso devono essere provati) al danno biologico,sempre presente, invece, nella predetta menomazione e sempre lesivo, senza bisogno di alcuna prova, del bene giuridico salute (Corte cost. 14.7.1986, n. 184, FI , 1986, I, pag. 2053).  Tale sentenza ha il pregio di avere differenziato i tre componenti il danno alla persona superando l’anacronistico principio della risarcibilità del solo danno patrimoniale e si afferma: Il danno – evento (danno biologico) consistente nella compromissione del bene salute, costituzionalmente protetto, che si identifica nella menomazione psicofisica provocata dal fatto illecito, e che è danno primario e sempre autonomamente risarcibile; il danno – conseguenza, che è secondario ed eventuale (danno patrimoniale risarcibile quando ricorra); infine il danno morale (del pari secondario ed eventuale), consistente, secondo le parole del giudice costituzionale, nel semplice “ transeunte turbamento soggettivo” (Corte Costituzionale 14/7/1986 n. 184, FI 1986, I, pag. 2053.) 

L’innovazione di questo pronunciato consiste nell’aver riconosciuto la risarcibilità del danno biologico in ogni caso anche quando la vittima non abbia ancora o abbia perduto o non abbia mai avuto attitudine a svolgere attività produttiva di reddito. Se oltre al danno biologico è dimostrabile un concreto pregiudizio alla sua capacità di lavoro specifico, questo rappresenta un ulteriore coefficiente di danno da aggiungere e non da sommare a quello del danno alla salute; eventualmente a parte potrà essere considerata, ove ne ricorrano le condizioni giuridiche di risarcibilità ai sensi dell’art. 2059 c.c., il danno morale che è rappresentato dagli stati d’animo di sofferenza psichica indotti nel danneggiato di solito transitoriamente, dall’offesa ricevuta e dalle sue sofferenze. La sentenza della Corte Costituzionale sopra citata ha schematizzato le figure di danno oggetto di valutazione eliminando voci spesso ricorrenti come il danno alla vita di relazione, danno estetico, danno all’attività sessuale, capacità lavorativa generica, ricomprendendole nella lesione alla salute. La giurisprudenza di legittimità ha seguito le conclusioni sopra riportate dalla Corte Costituzionale. Ancora non si può trascurare un’altra sentenza della Corte Costituzionale 18/7/1991, n. 356 (FI, 1991, I, pag. 2967; GC, 1992, I, pag. 14; RCP, 1991, pag 689) che prende in considerazione il danno biologico nell’aspetto dell’impatto negativo che la lesione della salute determina nella sfera personale della vittima a prescindere dagli aspetti patrimoniali. La già citata sentenza afferma:

 La considerazione della salute come bene e valore personale, in quanto tale garantito dalla Costituzione come diritto fondamentale dell’individuo, nella sua globalità e non solo quale produttore di reddito, impone di prendere in considerazione il danno biologico ai fini del risarcimento, in relazione all’integralità dei suoi riflessi pregiudizievoli rispetto a tutte le attività, situazioni e i rapporti in cui la persona esplica se stessa nella propria vita: non soltanto, quindi, con riferimento alla sfera produttiva, ma anche con riferimento alla sfera spirituale, culturale, affettiva, sociale, sportiva, e ad ogni altro ambito e modo in cui il soggetto svolge la sua personalità e cioè a tutte le attività realizzatrici della persona umana (Corte cost. 14.7.1986, n. 184, FI, 1986, I, pag. 2053).      

Tale sentenza su riportata mette bene in evidenza come il danno alla salute acquisti una sua precisa e autonoma configurazione anche rispetto alla creazione in passato di altre figure risarcitorie quali ad esempio il danno alla vita di relazione, quale danno consistente nella diminuzione della possibilità del soggetto di esplicare normalmente la sua personalità nell’ambiente sociale. In riferimento al danno da vita di relazione ed affini le Corti prevedevano una risarcibilità del danno vista in chiave esclusivamente reddituale, diversamente con la configurazione del danno biologico viene soddisfatta l’esigenza di proteggere la salute al di là dei risvolti economici negativi che possono determinarsi nella dimensione patrimoniale della vittima.


2
. Il legislatore ha preso in considerazione recentemente la nozione di danno biologico con il d.l. 38/2000 e con la l. 5.3.2001, n. 57. In entrambe le previsioni legislative ricorre il sostantivo “integrità psicofisica”, il contenuto concettuale di tale locuzione deve riflettersi sul metodo di quantificazione percentuale dell’invalidità permanente che si avvale di Tabelle orientative.

L’art. 13 del d.l. 23.2.2000, m. 38 emanato in attuazione della l. delega del 17.5.1999, n. 144 recita al n. 1: 

 In attesa della definizione di carattere generale del danno biologico e dei criteri per la determinazione del relativo risarcimento, il presente articolo definisce, ai fini della tutela dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali il danno biologico come lesione dell’integrità psicofisica suscettibile di valutazione medico- legale della persona. Le prestazioni per il ristoro del danno biologico sono determinate in misura indipendente dalla capacità di produzione del reddito del danneggiato (art. 13 d.l. 23.2.2000, n. 38).  L’art. 5, l. 5.3.2001, n. 57 fornisce la definizione del danno biologico al comma n. 3:  Agli effetti di cui al comma 2 per danno biologico si intende la lesione all’integrità psicofisica della persona, suscettibile di accertamenti medico – legale. Il danno biologico è risarcibile indipendentemente dalla sua incidenza sulla capacità di produzione del reddito del danneggiato art. 5 l. 5.3.2001, n. 57. Ed al comma n. 4: Fatto salvo quanto previsto dal comma 2, il danno biologico viene risarcito tenuto conto delle condizioni soggettive del danneggiato (art. 5, l. 5.3.2001, n. 57).  

Nella nota sentenza della Corte Costituzionale del 30.6.1986, n. 184 (FI, 1986, I, pag. 2053; CS, 1986, II, pag. 290; NGCC, 1986, I, pag. 534; GI, 1986, I, pag. 2324; GI, 1987, I, 1, pag. 392) sono state fornite precisazioni concettuali ed è stato operato il distinguo tra danno biologico e lesione della salute. La successiva giurisprudenza ha privilegiato l’uso del concetto danno biologico comprendendo in esso anche la lesione della salute e differenziando per altro all’interno del danno biologico l’aspetto statico e l’aspetto dinamico.

Le due previsioni legislative hanno fatto propria l’espressione “integrità psicofisica” usata dalla Corte Costituzionale nella su citata sentenza.

Il pronunciato della Corte Costituzionale ha distinto tra danno evento e danno conseguenza, includendo nel concetto di danno evento il danno biologico e nella categoria dei danni conseguenza il danno morale subiettivo ed il danno patrimoniale in senso stretto. La Corte al par. 4 della citata sentenza afferma:

 La menomazione dell’integrità psico – fisica del soggetto è “evento naturalistico, effettivo da provare in ogni caso” che trasforma in patologica la stessa fisiologica integrità (Corte cost. 30.6.1986, n. 184, FI, 1986, I, pag. 520) . Secondo la Corte il danno biologico o danno fisiologico sono concetti che pongono l’accento sull’evento naturalistico interno al fatto lesivo della salute. Invece per ciò che attiene al danno – conseguenza la Corte afferma:  Che il termine salute evoca in questa sede primariamente il bene giuridico, costituzionalmente tutelato dall’art. 32 della Costituzione, ed offeso dal fatto realizzativo della menomazione dell’integrità psico – fisica del soggetto passivo. In questo senso la lesione della salute è l’intrinseca antigiuridicità obiettiva del danno biologico o fisiologico: essa appartiene ad una dimensione valutativa, distinta da quella naturalistica, alla quale fanno riferimento le locuzioni danno biologico e danno fisiologico.   

L’espressione integrità rappresenta il punto di partenza utilizzato dall’art. 13 del d.l. 38/2000 e dall’art. 5, l. 57/2001. Il concetto di danno biologico contenuto nelle due previsioni normative ossia la lesione dell’integrità psicofisica è un concetto di derivazione giuridica, tuttavia è da porre in evidenza il fatto che l’accertamento del danno di cui all’art. 5, l. 57/2001 e la valutazione del danno di cui all’art. 13, d.l.38/2000 sono concetti che appartengono all’area medico – legale come esplicitamente li stabiliscono le due norme citate.

Si deve sottolineare a questo punto che il concetto civilistico di danno biologico finisce di fatto con l’essere sovrapponibile a quello di integrità che designa il bene protetto dalle norme penali concernenti le lesioni personali. L’indebolimento permanente di senso e di organo ex art. 583 c.p., che si ricava dalla dottrina e, soprattutto, dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, è riconosciuto anche per postumi permanenti minimi purchè apprezzabili (ossia accertabili obiettivamente) e quindi corrispondenti essenzialmente alla lesione dell’integrità psicofisica. Talune sentenze della Corte di Cassazione hanno riconosciuto all’asportazione della milza la dignità di perdita di organo, cioè di lesione personale gravissima, così come voluto dal criterio interpretativo della norma penale. Questa concezione unitaria deve costituire il criterio di base per la costruzione delle Tabelle orientative per la quantificazione percentuale del danno biologico.

E’ ovvio che alla costruzione delle Tabelle, si dovrà operare con il massimo buon senso ricordando il carattere convenzionale del sistema di quantificazione in percentuale ed evitando gli eccessi in meno ed in più. Il consolidamento dei concetti che deriva dalle due nuove norme, impone oggi con maggiore forza il dover trarre coerenti conseguenze applicative medico – legali dalla natura del danno biologico considerando definitivamente comprese nella categoria delle lesioni dell’integrità psico – fisica anche le lesioni di tale integrità prive talora, di sintomi clinicamente evidenti. Per cui solo le menomazioni organiche statiche per tutta la vita possono giustificare percentuali definitive, includenti contestualmente la perdita anatomica e funzionale, ed implicitamente certe sul piano prognostico.

Per le lesioni dell’integrità psicofisica ad alta qualificazione funzionale come i polmoni, i reni, l’udito, e così via, le conoscenze scientifiche circa l’invecchiamento delle strutture residue e delle disfunzioni subcliniche devono suggerire percentuali valutative che includano anche una quota percentuale che tenga conto della prevedibile evoluzione peggiorativa nel lungo periodo.

La definizione di danno biologico normativamente fissata dal d.l. 38/2000 e dalla l. 5.3.2001, n. 57 è dunque quella della lesione dell’integrità psicofisica che la Corte costituzionale aveva qualificato “danno – evento “, sottolineandone l’aspetto naturalistico. Ciò che è intervenuto in questi anni è stata peraltro la scomparsa, nella terminologia corrente, della più corretta espressione di danno alla salute che la Consulta aveva utilizzato per indicare l’aspetto giuridico del danno. In altri termini la locuzione danno biologico, oggi introdotta nell’ordinamento, si è estesa a rappresentare unitariamente sia l’aspetto naturalistico che quello giuridico di questo danno non economico, compreso nell’art. 2043 c.c., che la Corte aveva invece designato con due espressioni diverse. L’aspetto dinamico di tale danno, enucleato dalla dottrina e dalla giurisprudenza, è oggi accolto anche dalla l. 57/2001 la quale all’art. 5, n. 4 stabilisce che “il danno biologico viene ulteriormente risarcito tenuto conto delle condizioni soggettive del danneggiato”. In ambito INAIL, invece, l’art.13,  d.l. 38/2000, al n. 2 lett. a) stabilisce che le menomazioni conseguenti alle lesioni dell’integrità psicofisica sono valutate in base alla specifica Tabella delle menomazioni “comprensiva degli aspetti dinamico – relazionali”. Tale inclusione è giustificata dalla natura indennitaria della tutela e potrà creare dei problemi in sede di rivalsa.

 

3. L’introduzione della nuova figura di danno biologico ha determinato una rivoluzione nell’ambito della tutela giuridica dell’individuo, rappresentata dallo spostamento del parametro sul quale valutare il danno alla persona.

Infatti si è passati da un danno parametrato sulla capacità reddituale del soggetto ad un danno rapportato al “valore uomo” nella sua intera dimensione. In passato la menomazione non rileva di per sè, ma solo per i riflessi che essa ha sull’attitudine al lavoro della vittima. Il danno alla persona veniva ridotto al puro danno patrimoniale da lucro cessante, cui poteva aggiungersi “la perdita morale”, ossia il danno non patrimoniale. Per la valutazione del danno alla persona era necessario accertare la percentuale dell’incidenza della menomazione sulla capacità lavorativa del danneggiato e capitalizzare il reddito che avrebbe fruttato il lavoro che il danneggiato non era più in grado di eseguire. In realtà tale sistema di liquidazione del danno presentava dei gravi limiti in termini di tutela del soggetto leso poiché tale criterio trascura le possibili sfaccettature del danno alla  persona, ossia tale sistema non contemplava nè l’ipotesi del danneggiato privo di reddito, né quella in cui la lesione avesse inciso sulla vita ma non sul reddito del soggetto leso.       

A tali vuoti normativi si sono dedicati la dottrina e la giurisprudenza nel tentativo di superare i limiti rappresentati dal sistema tradizionale di liquidazione del danno. Allora si fece ricorso ad un reddito lavorativo immaginario, e per la seconda ipotesi si fece ricorso al concetto medico – legale di “capacità lavorativa generica” . Secondo tali criteri nei casi in cui il leso fosse privo di un reddito, si assegnava al medesimo un reddito “figurativo” o reddito “potenziale”, il quale era del tutto sganciato dalla realtà, in tal modo dando adito all’insorgere di gravi casi di ingiustizia. Invece con il ricorso alla “capacità lavorativa generica”, si adottò una presunzione iuris et de iure circa l’esistenza di un danno patrimoniale in tutti i casi di lesioni alla persona. Così, ad ogni diminuzione percentuale anche della sola capacità lavorativa generica, diminuzione che non influiva sull’attività lavorativa svolta né quindi sul reddito, venne fatta corrispondere in via presuntiva assoluta un’uguale diminuzione del guadagno. Tale fictio iuris portò ad assegnare per la stessa lesione non influente sul reddito un risarcimento di diverso ammontare secondo che il danneggiato godesse di un reddito modesto o elevato. Infine, nei casi in cui la menomazione incideva davvero sul reddito del danneggiato, si fece ricorso al concetto di “capacità lavorativa specifica”, cioè all’attitudine a svolgere quel determinato lavoro al quale è dedito il danneggiato, la cui menomazione esigeva un risarcimento aggiuntivo.

Secondo il modello tradizionale, l’invalidità generica costituiva una componente del danno da risarcire sempre sulla base del sistema della capitalizzazione,  a questa si aggiungeva l’invalidità specifica, se provata ; quindi l’ammontare dell’intero danno patrimoniale era dato dalla somma di queste due voci di danno corretto con il metodo equitativo.   

Il danno patrimoniale da lucro cessante concerne l’ipotesi dell’invalidità temporanea e quella dell’invalidità permanente. Nel primo caso, il danno consiste nel guadagno perduto durante il periodo di invalidità, danno, è bene sottolinearlo, presunto, in quanto si presumeva che il guadagno si interrompesse nei giorni di accertata invalidità. Tale presunzione comportava la liquidazione del risarcimento, non solo nei casi di inesistenza di reddito, ma anche in quelli in cui a seguito dell’evento dannoso non si verificava alcuna interruzione del reddito, come nell’ipotesi di invalidità temporanea del lavoratore dipendente che, per legge o per contratto, continuava a percepire la retribuzione anche se assente. Nel caso di invalidità permanente, il sistema tradizionale presumeva che il danneggiato subisse per il futuro una diminuzione di guadagno nella stessa percentuale di incidenza della menomazione sulla sua capacità lavorativa.

Elementi per il calcolo erano: il reddito lavorativo, la percentuale di incidenza dei postumi sulla capacità lavorativa e il coefficiente di capitalizzazione relativo alla vita media probabile del danneggiato; i primi due accertabili in giudizio, per l’ultimo si fece ricorso alle “ Tariffe per la costituzione delle rendite vitalizie immediate della Cassa Nazionale delle Assicurazioni Sociali” approvate con r.d. 9.10.1922, n. 1403. Il risultato del calcolo tabellare nella prassi veniva corretto, in quanto mentre le tabelle fanno riferimento alla vita media probabile, la vita lavorativa termina prima che cessi la vita fisica. Per quello che riguarda invece la determinazione del reddito del soggetto danneggiato quale base per calcolare il risarcimento, naturalmente va considerato solo il reddito da lavoro, con l’esclusione dei redditi da capitale in qualsiasi forma essi si presentino in quanto la loro percezione non viene compromessa dall’evento lesivo.

L’art. 4, l. 26.2.1977, n. 39, stabilisce che: il reddito da lavoro dipendente si determina sulla base del reddito di lavoro maggiorato dei redditi esenti e delle detrazioni di legge, e per il lavoro autonomo sulla base del reddito netto risultante più elevato tra quelli dichiarati dal danneggiato ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche negli ultimi tre anni (art. 4, l. 26.2.1977, n. 39). 

Riguardo l’accertamento in giudizio del reddito prevede che la prova del reddito sia assolta mediante l’allegazione delle dichiarazioni ai fini fiscali eseguita dal danneggiato, ma che è ammessa in ogni caso la prova contraria quando dalla stessa risulti che il reddito sia notevolmente sproporzionato rispetto a quello risultante dagli atti, nel quale caso il giudice ne fa segnalazione al competente ufficio delle imposte dirette; ed infine che in tutti gli altri casi il reddito che occorre considerare ai fini del risarcimento non può comunque essere inferiore a tre volte l’ammontare annuo della pensione sociale. In ogni caso, salve rare eccezioni, secondo un costante orientamento giurisprudenziale, alle denunce ai fini fiscali non è attribuito nella pratica giudiziaria il valore di prova piena ma quello di indizio della prova, di presunzioni relative, in quanto, lo ricordiamo, è ammessa la prova contraria. L’evasore può provare con ogni mezzo il suo reddito, per testi ed anche per prove documentali, ma si espone al rischio di una segnalazione alle imposte qualora tale prova conduca a risultati di gran lunga diversi a quelli documentati nella denuncia dei redditi.

Diversa è la fattispecie in cui l’evento lesivo avvenuto in occasione di lavoro colpisca il soggetto evasore. Secondo un orientamento, qualora il danneggiato dia la prova di essere lavoratore autonomo ma non esibisca la documentazione fiscale, non sarà risarcito. Mentre, per l’altro orientamento, proprio perché la produzione in giudizio delle denunce dei redditi non costituisce un obbligo, il soggetto può comunque avvalersi dell’ammontare minimo previsto dalla legge. Quindi, nel caso della mancata produzione della denuncia dei redditi, il danneggiato può ottenere il risarcimento nei limiti del triplo della pensione sociale, il suo comportamento, però, equiparato a quello di chi denuncia un reddito sproporzionato a quello reale, lo espone al rischio di una segnalazione all’ufficio delle imposte dirette. Naturalmente, il reddito da assumere a base per il calcolo del risarcimento deve essere lecito. Ci si è chiesto se nel caso in cui il danneggiato svolga attività che, seppur lavorative in senso lato, ossia contrarie alle leggi o al buon costume sia prevista una risarcibilità del danno. Mentre per le attività contrarie alle leggi è impensabile ammettere un risarcimento a titolo di lucro cessante, in quanto la fattispecie integra gli estremi del reato, per le attività contrarie al buon costume, il trattamento giuridico è differente.

L’altro aspetto del danno alla persona è il danno non patrimoniale, il quale è disciplinato dall’art. 2059 c.c. Nel sistema tradizionale, esso venne allargato in modo da ricomprendervi tutti gli aspetti del danno alla persona che non fossero patrimoniali. La dottrina anteriore al riconoscimento del danno biologico lo definiva come ogni danno privato che non rientra nel danno patrimoniale in quanto avente ad oggetto un interesse non patrimoniale perché relativo ad un bene non patrimoniale; cioè ogni danno che non colpisse né immediatamente né mediatamente il patrimonio della persona o la sua capacità produttiva. Per la determinazione del congruo risarcimento di danni permanenti, poiché la legge nulla prevede in questa materia, la prassi giurisprudenziale dei maggiori Tribunali ha elaborato vari criteri di autoregolamentazione, tra cui ricordiamo il metodo genovese, il metodo pisano e quello equitativo puro. La risarcibilità del danno biologico non più in un’ottica patrimonialistica ha determinato il problema delle tecniche liquidative del danno, ciò tanto più in assenza di un adeguato supporto normativo che potesse regolare la materia. L’esame e l’approfondimento di questa problematica non può prescindere dall’obiettivo fondamentale di far prevalere l’interesse dell’omogeneità di trattamento nella tutela risarcitoria del danno alla persona. Il legislatore, emanando la l.26.2.1977, n. 39 ha indicato un criterio per la liquidazione del danno diverso da quello patrimoniale, quindi per la liquidazione del danno biologico, laddove indica nel triplo della pensione sociale il parametro minimo da tenere presente nel risarcimento (in tale senso Cass. s.u. 3.6.1994, n. 5380, in Danno resp., 1994, 788 ss.; AGCSS, 1995, pag. 284, CorG, 1994, pag. 1360 con nota di Caporali; RDSp, 1995, pag. 623 con nota di Lorusso; RDL, 1993, II, pag. 792 con nota di Mariani; nello stesso senso anche la prevalente giurisprudenza di merito: App. Cagliari, 15.2.1985, GI, 1985, I, 1, pag. 1180. Le tabelle genovesi sono le uniche ad utilizzare l’anzidetto parametro).

Il modello genovese presenta i caratteri della semplicità, della rapidità e della prevedibilità della liquidazione del danno alla persona, in quanto pone l’interprete in condizione di valutare con certezza il danno, anche nella fase giurisprudenziale, caratteristiche che hanno comportato l’effetto “trascinamento“ sulle altre magistrature del territorio circostante.  Peraltro, a conferma della decisione del Tribunale di Genova, si è pronunciata anche la Corte di Cassazione che ha affermato: L’art. 32 della Costituzione tutela il bene della salute anche soprattutto nella sua dimensione individuale, nelle forme di un vero e proprio diritto soggettivo, primario ed assoluto, pienamente operante nei rapporti interprivati. Pertanto, ogni fatto produttivo di danno alla persona rileva non soltanto come lesivo dell’attitudine della medesima alla produzione di reddito, ma anche indipendentemente da questa, come menomazione di un bene suscettibile di autonoma valutazione e cioè dell’integrità psicofisica. Ed anzi, quest’ultimo profilo di danno è indefettibile conseguenza di quel fatto e sussiste anche quando, in ipotesi, debba negarsi in capo al danneggiato la suddetta attitudine (nella specie, affermando tale principio, la Suprema Corte ha cassato la sentenza dei Giudici del merito che, in una ipotesi di danno alla persona conseguente a circolazione dei autoveicoli, aveva negato l’esistenza di una categoria di danno risarcibile, il c.d. danno biologico, distinto da quello patrimoniale, inteso come diminuzione di guadagno conseguente alla ridotta capacità lavorativa, e da quello non patrimoniale, inteso come somma delle sofferenze fisiche e morali conseguenti alle lesioni subite. La Suprema Corte ha altresì precisato che l’individuazione dei parametri alla cui stregua è possibile valutare l’entità del danno biologico e quantificare il relativo risarcimento è opera del Giudice del merito, il cui apprezzamento resta controllabile solo sotto il profilo delle conseguenze logiche e di rispetto delle norme del diritto). (Cass., 6.6.1981, n. 3675, FI, 1982, I, pag. 149; As, 1982, II, 2, pag. 209 con nota di Durante; DPSS, 1981, pag. 526; DFP, 1982, pag. 779 con nota di Bessone; FI, 1981, I, pag. 1884).  Nello stesso senso è il pronunciato della Suprema Corte del 1985 che stabilisce che nella valutazione del danno biologico quale menomazione dell’integrità psicofisica della persona, seppure l’unico criterio utilizzabile sia quello equitativo, non sussistendo elementi sicuri ed attendibili per la determinazione del valore biologico dell’uomo, è tuttavia possibile tenere conto della disciplina di cui all’art. 4, l. 39/1977 in materia di assicurazione della responsabilità civile per la circolazione dei veicoli e natanti che offre una seria base di calcolo ai fini della determinazione del valore economico convenzionale dell’uomo nella parte in cui stabilisce che il limite minimo invalicabile è rappresentato da un reddito comunque non inferiore a tre volte l’ammontare annuo della pensione sociale (Cass. 16.1.1985, n. 102, RGCT, 1985, pag. 521).Conforme alle pronunce sopra citate è la sentenza della Suprema Corte la cui massima recita quanto segue:In caso di fatto illecito lesivo dell’integrità psicofisica della persona, il danno patrimoniale risarcibile non è costituito soltanto dalle conseguenze pregiudizievoli correlate all’efficienza lavorativa e alla capacità di produzione del reddito, ma si estende a tutti gli effetti negativi incidenti sul bene primario della salute, in sé considerato quale diritto inviolabile dell’uomo alla pienezza della vita e alla esplicazione della propria personalità, morale, intellettuale, culturale (c.d. danno biologico), tenuto conto che tale bene fa parte integrante del patrimonio del soggetto, e viene conseguentemente leso dal suddetto fatto illecito, anche quando riguarda chi non abbia ancora, o abbia perduto, o non abbia mai avuto attitudine a svolgere attività produttiva di reddito.Questo principio non resta escluso dalla mancanza di criteri obiettivi per l’esatta quantificazione in denaro del pregiudizio di quel bene primario stante il potere – dovere di ricorrere ad una stima equitativa, considerando tutte le circostanze specifiche del caso concreto (gravità delle lesioni, durata dell’invalidità temporanea, eventuali postumi permanenti, età, attività, condizioni sociali e familiari del danneggiato) (Cass. 11.2.1985, n. 1130, DPSS, 1985, pag. 552; GI, 1985, I, 1, pag. 180 con nota di Matteis; GI, 1986, I, 1, pag. 786 con nota di Astone; RCP, 1985, 210 con nota di Giusti; RGCI, 1985, pag. 521).             

Alla disparità di risultati dell’adozione dei criteri diversi aveva posto rimedio un testo di legge di modifica della disciplina dell’assicurazione obbligatoria per i danni derivanti dalla circolazione dei veicoli a motore, testo che prevedeva che la liquidazione dovesse essere calcolata sulla base di un valore multiplo dell’ammontare annuo della pensione sociale, per ogni punto e per singoli scaglioni di invalidità permanente; in sostanza sulla falsariga del modello genovese. Questo testo di legge, approvato dai due rami del Parlamento, non fu promulgato dall’allora Presidente della Repubblica per il solo fatto che rimetteva la fissazione dei dati tabellari ad una fonte ritenuta impropria (cioè ad un decreto ministeriale).

Il criterio di liquidazione adottato dal Tribunale di Genova (nello stesso senso Cass. 16.1.1985, n. 102, in RGCI, 1985, pag. 521; Cass. 11.2.1985, n. 1130, in DPSS, 1985, pag. 552; GI, 1985, I, 1, pag. 1180 con nota di De Matteis; GI, 1986, I, 1, pag. 786 con nota di Astone; RCP, 1985, pag. 210 con nota di Giusti; RGCT, 1985, pag. 521; Cass. 3.6.1994, n. 5380, in AGCSS, 1995, pag. 284; CorG, 1994, pag. 1360 con nota di Caporali; RDSp, 1995, pag. 623 con nota di Lorusso) per l’anno 1997 adotta come base di calcolo una cifra pari al triplo della pensione sociale annua (come previsto dall’art. 4, 3 co., l. 39/1977) e la moltiplica per un coefficiente che tiene conto dell’età e del sesso del soggetto leso; le somme così ottenute vengono a loro volta moltiplicate per la percentuale di invalidità accertata e valutata con l’apporto del medico legale, che ha accertato e valutato la natura delle lesioni, l’entità della conseguente menomazione, la loro durata (temporanea e permanente) e la loro valenza nella vita quotidiana del soggetto danneggiato, in modo di consentire di adattare equitativamente il risultato del calcolo della fattispecie de quo. Con la l. 57/2001 il legislatore si è occupato della materia delle lesioni micropermanenti riportate a seguito di incidente stradale, mentre nel 2002 (legge n. 273/2002) è intervenuto sulle c.d. macropermanenti (sempre relative ad incidenti stradali) per fissare criteri di liquidazione del danno biologico. Entrambe le discipline sono ora confluite nel codice delle assicurazioni private di cui al d.lgs. n. 209/2005 con alcuni correttivi.

Sia ai fini della determinazione dei criteri di quantificazione del danno biologico per lesioni di non lieve entità (rilievo percentuale compreso tra dieci e cento punti, c.d. lesioni macropermanenti) di cui all’art. 138 d.lgs. n. 209/2005, che del danno biologico di lieve entità (rilievo percentuale fino a nove punti, c.d. lesioni micropermanenti) di cui all’art. 139 d.lgs. n. 209/2005, il legislatore del 2005 definisce il danno biologico come la lesione temporanea o permanente all’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico – legale che esplica incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico – relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito.

Quindi, inglobando nella nuova definizione di danno biologico anche il pregiudizio derivante dalla incidenza negativa della lesione dell’integrità psicofisica sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico – relazionali della vita del danneggiato (danno biologico cosiddetto dinamico), è necessario che le nuove tabelle (da adottare ai sensi degli artt. 138 e 139 d.lgs. n. 209/2005) tengano conto di tali ulteriori danni in precedenza autonomamente liquidabili sotto la voce del danno esistenziale che in passato era escluso dalla valutazione tabellare.

Le lesioni micropermanenti di cui all’art. 139 d.lgs. n. 209/2005 sono quelle invalidità permanenti di basso rilievo percentuale pari o inferiori a 9 punti; detto art. del codice delle assicurazioni trova applicazione per le lesioni di lieve entità derivanti da sinistri stradali conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, mentre manca un riferimento temporale, diversamente dalla formulazione del previgente art. 5, comma 2 legge n. 57/2001 ove si faceva riferimento ai sinistri avvenuti successivamente alla data di entrata in vigore della legge medesima.

Il legislatore del  2001 e successivamente il codice delle assicurazioni private codifica il criterio milanese del punto variabile per la liquidazione del danno biologico per lesioni di lieve entità: pertanto liquida per il danno biologico temporaneo (art. 139, comma 1, lett. a) d.lgs. n. 209/2005) un importo forfetario pari ad euro 39,37 per ogni giorno di inabilità assoluta; per il danno biologico micropermanente (art. 139, comma 1, lett. b) d.lgs. n. 209/2005) codifica il criterio milanese del punto variabile legato a due fattori di variazione: il peso del punto cresce geometricamente con l’intensità della sofferenza; viceversa è correlato aritmeticamente rispetto alla presumibile sopravvivenza del danneggiato e quindi all’età.

Per quanto riguarda la liquidazione del danno biologico per lesioni di non lieve entità (c.d. macropermanenti), l’art. 138, commi 1 e 2 del codice delle assicurazioni private prevede, codificando anche per tale evenienza il criterio tabellare milanese del punto variabile, che: “ 1. Con decreto del Presidente della Repubblica, si provvede alla predisposizione di una specifica tabella unica su tutto il territorio della Repubblica:a)                 delle menomazioni alla integrità psicofisica comprese tra dieci e cento punti;b)                 del valore pecuniario da attribuire ad ogni singolo punto di invalidità comprensiva dei coefficienti di variazione corrispondenti all’età del soggetto leso.

2)                      La tabella unica nazionale è redatta secondo i seguenti principi e criteri:

a)                  la tabella dei valori economici si fonda sul sistema a punto variabile in funzione dell’età e del grado di invalidità;b)                 il valore economico del punto è funzione crescente della percentuale di invalidità e l’incidenza della menomazione sugli aspetti dinamico – relazionali della vita del danneggiato cresce in modo più che proporzionale rispetto all’aumento percentuale assegnato ai postumi;c)                  il valore economico del punto è funzione decrescente dell’età del soggetto, sulla base delle tavole di mortalità elaborate dall’ ISTAT, al tasso di rivalutazione pari all’interesse legale;d)                 il danno biologico temporaneo inferiore al cento per cento è determinato in misura corrispondente alla percentuale di inabilità riconosciuta per ciascun giorno”.

L’art. 139, comma 3 del codice delle assicurazioni private prevede che l’ammontare del danno biologico liquidato ai sensi del comma 1 per le lesioni micropermanenti possa essere aumentato dal giudice in misura non superiore ad 1/5 con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato, così recependo l’insegnamento della Corte Costituzionale secondo cui il criterio di liquidazione del danno biologico deve risultare rispondente da un lato ad una uniformità pecuniaria di base, dall’altro a elasticità e flessibilità per adeguare la liquidazione all’effettiva incidenza dell’accertata menomazione sulle attività della vita quotidiana. In altre parole sarebbe incostituzionale una scelta legislativa che vincolasse il giudice ad una base aritmetica assoluta uguale per tutti.

Analogamente l’art. 138, comma 3 del codice delle assicurazioni private statuisce con riferimento alle lesioni macropermanenti che, qualora la menomazione accertata incida in maniera rilevante su specifici aspetti dinamico – relazionali personali, l’ammontare del danno determinato ai sensi della tabella unica nazionale possa essere aumentato dal giudice sino al 30% con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato.

Quest’ultima norma introduce così una condizione ulteriore (non prevista dall’art. 139, comma 3 d.lgs. n. 209/2005 per le micropermanenti) cui subordinare l’aumento del risarcimento del danno biologico per le lesioni macropermanenti rappresentata dalla incidenza in maniera rilevante della menomazione su specifici aspetti dinamico – relazionali personali.


3.1.  
L’introduzione della novella legislativa è stata accompagnata da una serie di rilievi da parte della dottrina, ed ha dato luogo ad una divisione in seno alla giurisprudenza intorno all’ incidenza della stessa sull’annoso problema del danno esistenziale.

Cominciando dalla dottrina non sono mancate delle obiezioni, in primis sulla scelta settoriale (sinistri stradali) operata tanto dal legislatore del 2001 quanto da quello del 2005.

In secondo luogo l’attenzione dei commentatori è stata orientata sull’art. 139 del codice delle assicurazioni che ha sollevato più di un dubbio in ordine alla sua legittimità costituzionale sotto il duplice profilo e della liceità dei criteri precisi e di fonte normativa per il quantum del risarcimento danni e, comunque, della liceità dell’adozione di tale metodo solo per alcune categorie di danni.

Il tema in verità non è nuovo, essendosi già posto sotto il vigore della vecchia normativa ed avendo ricevuto il contributo autorevole della Corte Costituzionale.

Questa ha affermato la liceità della scelta del legislatore di predeterminare criteri e parametri fissi per il risarcimento danni precisando in particolare che “la regola generale di integralità della riparazione ed equivalenza al pregiudizio cagionato al danneggiato non ha, come del resto, evidenziato nella sentenza n. 132 del 1985, copertura costituzionale. Ed  in realtà, in casi eccezionali, il legislatore può pure ritenere equa e conveniente una limitazione del risarcimento del danno”.

Con riferimento alla seconda questione, è stato osservato, “i dubbi di costituzionalità appaiono invero ancora più consistenti, ed  è un peccato che la Corte Costituzionale, investita del problema dal giudice rimettente, abbia emesso una pronuncia in rito, di ammissibilità, ritenendo la questione irrilevante nel giudizio a quo (ordinanza 434/05)”.

Altre perplessità sono state mosse in ordine al rapporto tra le due norme (art. 138 e 139) del codice delle assicurazioni che regolano le lesioni micro e macro permanenti.

Si è opinato, in modo particolare che mentre l’art. 139 delimita il proprio ambito di applicazione “il risarcimento del danno biologico per lesioni di lieve entità, derivanti da sinistri conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, è effettuato secondo i criteri e le misure seguenti”, nessuna disposizione analoga è contenuta nell’art. 138 cod. ass., così come del resto nella norma che ne rappresenta l’antecedente (art. 23 l. 273/02).

Certo, si aggiunge, l’interprete è aiutato dalla circostanza che la norma sia inserita nel Titolo X (rubricato Assicurazione obbligatoria dei veicoli a motore e dei natanti) di un “codice delle assicurazioni” e ciò induce a ritenere senz’altro applicabile la disposizione in tutti i casi di danni derivanti da sinistri causati da veicoli per i quali vi sia l’obbligo di assicurazione. Restano però seri dubbi sull’applicabilità delle disposizioni di cui all’art. 138 cod. ass. nel caso di sinistri causati da veicoli per i quali non vi sia obbligo di assicurazione, e ciò a dispetto di quanto previsto dal successivo art. 139 in tema di micropermanenti, il quale non fa riferimento alcuno all’obbligo di assicurazione, e quindi si applica indifferentemente a tutti i sinistri stradali.

In secondo luogo, non si comprende la ragione per la quale è stata divisa in due diverse disposizioni la disciplina del risarcimento del danno a seconda dell’entità delle lesioni. I criteri per liquidare le lesioni piccole e quelle medie sono infatti analoghi, eccezion fatta per la circostanza che il giudice dispone di un maggior potere di personalizzazione con riferimento alle seconde.

Anzi, proprio rispetto a quest’ultimo aspetto, occorre dedicare talune osservazioni.

L’art. 138 del codice delle assicurazioni introduce una condizione ulteriore (non prevista dall’art. 139, comma 3 d.lgs. n. 209/2005 per le micropermanenti ) cui subordinare l’aumento del risarcimento del danno biologico per lesioni macropermanenti rappresentata dalla incidenza in maniera rilevante della menomazione su specifici aspetti dinamico – relazionali personali.

Va pertanto rilevato come per le macropermanenti, se non vogliono adombrarsi questioni di costituzionalità per violazione del principio di uguaglianza dovrebbe essere riconosciuta al giudice la possibilità di aumento del risarcimento liquidato per il danno biologico cosiddetto statico anche tenendo conto unicamente delle medesime condizioni soggettive del danneggiato sufficienti per l’aumento della liquidazione delle micropermanenti, pur considerando che nella tabella delle macropermanenti, riferentesi a lesioni di non lieve entità, il danno biologico c.d. statico è comprensivo di un ragguardevole pregiudizio psichico connesso con la gravità della lesione.


3.2
Quanto al formante giurisprudenziale, in seguito alla introduzione della novella legislativa, si sono formati due indirizzi esegetici intorno all’ampiezza della nozione di danno biologico, così come coniugata dal codice delle assicurazioni.

Un primo orientamento giurisprudenziale, inaugurato dalla pronuncia della III sezione della Cassazione del Novembre 2005, n. 24451, vede nel danno biologico, un danno “pluridimensionale” ed insieme “unitario”.

La non trascurabile novità rispetto al precedente orientamento è che, mentre per la giurisprudenza del 2003, “pluridimensionale” era il danno non patrimoniale, per la Cass. n. 24451/2005, “pluridimensionale” è il danno biologico.

Le conseguenze sono di non poco momento.

Sostenere, infatti, la pluridimensionalità del danno biologico significa, non solo non ridurre il danno biologico alla solo ”componente a prova scientifica” della menomazione psicofisica, per contro operando una “valutazione totale del danno biologico reale, nel suo dimensionamento complesso”, ma anche considerarlo unitario ed onnicomprensivo di ogni altro omogeneo pregiudizio non economico.

Quelle che prima erano ritenute “componenti “del danno non patrimoniale, devono considerarsi oggi “voci del danno non patrimoniale biologico”.

La Corte di Cassazione (sent. n. 24451/2005, FI, 2005, pag. 820) nel riferirsi alla componente del danno biologico attinente alla sfera della persona (in aggiunta alla componente a prova scientifica della menomazione psicofisica che esige un accertamento ed una valutazione medico – legale), parla di sottovoci storiche e le individua nel “danno alla vita di relazione”, nella perdita delle qualità della vita personali in relazione al concreto vivere della persona attiva, nella perdita delle qualità relazionali, sociali e lavorative.

Secondo la S.C. il codice delle assicurazioni ha analiticamente definito “le quattro dimensioni essenziali del danno biologico, aggiungendo alle prime due (dimensione psichica e fisica, a prova scientifica), la incidenza negativa sulle attività quotidiane (come danno biologico per la perdita delle qualità della vita, in concreto subito, che subito gli esistenzialisti considereranno tale) e la perdita degli aspetti dinamico – relazionali della vita del danneggiato (che invece attengono alla vita esterna, non solo a rilevanza sociale, ma anche culturale e politica, inclusa la perdita della capacità lavorativa generica).

Quindi, anche il danno alla capacità lavorativa generica, a differenza del danno alla capacità lavorativa specifica, ha natura non patrimoniale e non è scindibile dal punteggio complessivo del danno biologico.

La pronuncia in rassegna, infine, rammenta che il danno biologico ex sent. n. 184/1986 della Corte Costituzionale discende dal collegamento tra la clausola generale del neminem laedere, contenuta nell’art. 2043 c.c. e il precetto di cui all’art. 32 Cost. che, letto in chiave privatistica, tutela il fondamentale diritto alla salute dell’individuo, anche nei rapporti intersoggettivi.

Il “nuovo danno biologico pluridimensionale”, per la Cass. n. 24451/2005, rinviene il proprio fondamento costituzionale altresì nell’art. 3, comma 2, della Costituzione ed è , quindi, riguardato come un ostacolo allo sviluppo della persona umana e del lavoratore, che ne impedisce la effettiva partecipazione alla vita politica, economica, culturale e sociale della comunità.

E’ evidente, dunque, come il passaggio dal “danno biologico in senso stretto” quale risulta dalle sentenze c.d. gemelle del 2003 al “danno biologico pluridimensionale” abbia determinato un ampliamento del referente costituzionale, esteso ad ogni disposizione che tutela un valore inerente alla persona, nella specie rilevante, in conseguenza del “danno primario” alla integrità psicofisica. 

La lettura estensiva del danno biologico, offerta dalla sentenza del Novembre del 2005, è stata rivisitata dal Giudice di Legittimità che, prima nel marzo (Cass. s. u. 24 marzo 2006 n. 6572) e poi nel giugno 2006 (12 giugno 2006 n. 15346), ha nuovamente ricondotto gli aspetti dinamico – relazionali personali nell’alveo del danno esistenziale giudicato quale autonoma fonte risarcitoria.

Il danno biologico, quindi, riceve una lettura più restrittiva di quella offerta dalla pronuncia 24451/2005, comprendendo unicamente il danno accertabile in sede medico - legale, senza alcun riferimento al profilo dinamico – relazionale.

  

3.3. L’art. 149 del Codice delle Assicurazioni private (d.lgs 7 settembre 2005 n. 209) prevede “ la procedura di risarcimento diretto” dei danni derivanti dalla circolazione stradale, comunemente, denominata di “indennizzo diretto”, come se l’avente diritto non potesse reclamare il pieno ristoro del pregiudizio patrimoniale e non patrimoniale subito.

Con il d.P.R. 18 luglio 2006 n. 254 è stato emanato il regolamento attuativo di cui all’art. 150 del codice e, proprio in questa nuova normativa, è rimarcato che l’impresa di assicurazione deve adoperarsi affinché il danneggiato consegua “la piena realizzazione del diritto al risarcimento del danno” (art. 9, comma 1).

La procedura speciale in parola, rispetto a quella ordinaria contemplata dall’art. 148, non trova, come tale, applicazione in ogni caso, bensì quando ricorrano determinati presupposti .

In particolare, deve trattarsi di sinistro che si verifichi nel territorio della Repubblica italiana, tra due (e non più) veicoli a motore, identificati ed assicurati per la responsabilità civile obbligatoria, dal quale siano derivati danni ai veicoli coinvolti o lesioni di lieve entità al conducente.        

 

4. Attraverso il danno alla salute, si è reimpostata la disciplina del danno alla persona su basi diverse da quelle tradizionali, quella che ne è derivata è la forma più evoluta di disciplina delle lesioni afferenti la persona in tutte le sue manifestazioni non legate alla capacità di produrre reddito. Il primo effetto del riconoscimento del danno alla salute (o danno biologico), è stato il superamento della rigida dicotomia codicistica, essendo ora il danno alla persona considerato sotto tre aspetti: come danno biologico, “danno evento”, elemento costitutivo dell’illecito, il quale si identifica nella lesione dell’integrità psico – fisica stessa di qualsiasi essere umano, il cui referente normativo è l’art. 2043 c.c., letto alla luce dell’art. 32 Cost., come danno patrimoniale, “danno conseguenza”, in quanto ulteriore ed eventuale conseguenza della lesione personale, il quale è incardinato nell’art. 1223 c.c. come danno non patrimoniale, anch’ esso “danno conseguenza”, incardinato nell’art. 2059 c.c. Il danno biologico è il danno primario, rappresentando il primo effetto pregiudizievole del fatto illecito, è immancabile perché sempre presente e lesivo, senza bisogno di alcuna prova specifica, del bene giuridico salute, è areddituale perché ciò che viene tutelato, è la lesione in sé considerata a prescindere da qualsiasi incidenza sul reddito, e a prescindere dall’esistenza di un reddito. Le altre conseguenze economiche e afflittive, sono invece danni secondari ed eventuali, quindi vanno provati come risarcibili in concreto. Il danno patrimoniale deve essere provato, occorre cioè dimostrare che dalla lesione personale è derivato un effetto economico negativo incidente sul patrimonio, quanto al danno non patrimoniale occorre dimostrare l’esistenza delle condizioni di cui all’art. 2059 c.c. Il fatto che il danno biologico sia immancabile e prioritario, ha determinato la risarcibilità di qualsiasi lesione personale che sia di entità giuridicamente apprezzabile, ciò indipendentemente dall’esistenza di conseguenze economicamente negative e dalla risarcibilità del danno morale. Ciò ha avuto effetti rilevanti sull’uso delle presunzioni in ordine al lucro cessante, nel senso che ora la perdita di guadagno va dimostrata ai sensi dell’art. 2697 c.c., in sostanza viene meno ogni legittimazione al ricorso delle presunzioni per desumere la perdita del reddito, su cui si fondava il modello tradizionale, il lucro cessante deve formare oggetto di una prova precisa per poter essere liquidato. La creazione del danno biologico ha consentito di attribuire una precisa veste giuridica ad una serie di utilità, piaceri e benessere afferenti la persona. Il danno biologico, quindi, è il danno prioritario, immancabile ove si verifichi una lesione personale, è intorno a tale figura che deve gravitare il sistema del danno alla persona. Ciò che si è verificato è una vera e propria “rivoluzione” rispetto al sistema precedente. Forse è per questo che in seguito alla creazione del danno alla salute si è registrato un fenomeno presso le Corti di merito che è stato chiamato “ anarchia del dopo principio “, cioè, nel tentativo di contenere il risarcimento in presenza di lesioni di modesta entità, hanno elaborato la teoria della differenziazione, quella dei cerchi concentrici, o hanno attribuito un ruolo meramente sussidiario al danno biologico rispetto al danno da perdita dal reddito, ciò in chiaro contrasto con l’indirizzo della Cassazione. Per la teoria della differenziazione, il danno biologico dovrebbe essere assorbito nel patrimoniale, salvo che dalla natura della grave lesione non risulti che il fisico è incapace di reagire alle sollecitazioni endogene, in questo caso sarebbe rilevabile una effettiva diminuzione della salute. Per la teoria dei cerchi concentrici, in quanto il danno biologico ed il danno incidente sulla capacità lavorativa costituiscono danni ontologicamente distinti che riguardano tuttavia lo stesso soggetto, considerato nel suo valore intrinseco e nella sua capacità lavorativa, ne deriverebbe che le due categorie di danno possono essere rapportate a due cerchi concentrici, l’uno dei quali può avere un raggio inferiore, uguale o superiore a quello dell’altro: se non sussiste danno patrimoniale allora il danno dovrà essere liquidato esclusivamente quale triplo della pensione sociale, senza scarto tra vita fisica e vita lavorativa; se invece sussiste una diminuzione della capacità di produrre reddito di entità percentuale pari o superiore al danno biologico, la liquidazione del biologico rimarrà assorbita in quella del patrimoniale, da eseguirsi secondo il calcolo tabellare sulla base del reddito dimostrato; se il danno biologico è percentualmente superiore all’accertato grado di incapacità lavorativa, la liquidazione sarà fatta sulla base del reddito di lavoro fino alla concorrenza del grado percentuale di incapacità lavorativa e per la differenza sulla base del criterio di determinazione del biologico.

 

4.1 Il danno biologico va valutato sia nel suo aspetto statico che nel suo aspetto dinamico, cioè sia come lesione psico – fisica in sé considerata, sia per i riflessi negativi sulla vita quotidiana del danneggiato. Nel suo aspetto statico, esso si risolve nella lesione in sé e può qualificarsi danno biologico; nel suo aspetto dinamico, esso si caratterizza come perdita di utilità e di piaceri che la piena funzionalità psico – fisica garantisce al danneggiato, che cioè erano nella piena disponibilità della vittima prima del verificarsi dell’illecito. Ciò serve per distinguere questa specie di danno da quello patrimoniale in senso tradizionale ossia conseguente alla perdita di reddito. Mentre quest’ultimo si configura sotto l’aspetto del lucro cessante, il primo, in quanto fortemente caratterizzato dalla lesione della persona, si configura come “danno emergente futuro”. Questo spiega la presenza costante del danno alla salute nella liquidazione di ogni danno alla persona, e quella solo eventuale del pregiudizio in seguito alla perdita del reddito, in quanto quest’ultimo non è una conseguenza automatica della lesione ma va provato sulla scorta di risultanze concrete. Inoltre, il fatto che l’aspetto statico è circostanza idonea e sufficiente per la liquidazione del danno biologico, anche qualora mancasse l’aspetto dinamico, comporta una conseguenza di non poco rilievo. Per esempio, la lesione arrecata ad un arto, che sia paralizzato, e quindi inutilizzato, costituisce danno biologico risarcibile; in questo caso manca del tutto l’aspetto dinamico, ma deve essere però risarcito l’aspetto statico.

  

4.2 Per l’orientamento prevalente, anche se si registrano orientamenti diversi, il danno alla vita di relazione e il danno estetico perdono la loro autonomia, e vengono assorbiti nel danno alla salute. Tuttavia essi assumono rilevanza sul piano del calcolo del danno, consentendo al giudice di operare un incremento del valore iniziale o del risultato finale. Anche l’incapacità lavorativa generica perde la sua autonomia: si ritiene infatti che i riflessi della incapacità lavorativa generica non comportino alcuna diminuzione della capacità lavorativa ma consistano invece in una perdita di benessere psico – fisico rientrante nella nozione di danno alla salute.

Per evitare che l’esclusione del danno da lucro cessante operata con l’introduzione del danno alla salute si traduca in un’ingiustificata riduzione del risarcimento, è opportuno che anche l’aspetto dell’invalidità generica sia opportunamente considerato dal medico – legale, si deve cioè tenere conto di tutte le circostanze che in precedenza venivano considerate ai fini dell’invalidità generica rivedendole nella prospettiva della perdita di utilità e di piaceri. Inoltre, l’assorbimento del danno da incapacità lavorativa generica nel danno alla salute dimostra che il danno da lucro cessante, conseguente alla futura perdita di reddito, si limita ad un’ accertata compromissione della capacità lavorativa specifica, dalla quale risulti, seppure presuntivamente, una concreta diminuzione del guadagno. Anche le invalidità micropermanenti vengono assorbite nel danno alla salute, ma nel caso in cui l’invalidità micropermanente causa una riduzione della capacità lavorativa specifica questa dovrà essere autonomamente risarcita come perdita effettiva di redito, accanto alla liquidazione del danno alla salute. Un altro aspetto importante, riguardante gli effetti del danno alla salute sull’impianto tradizionale, riguarda l’attenuazione del ricorso alle presunzioni e la restituzione all’equità della sua vera funzione. In particolare l’equità, ai sensi dell’art. 2056 c.c., ha come fine quello di integrare o sopperire alla prova dell’ammontare del danno nei casi in cui questa non sia possibile o non sia esigibile, invece prima della creazione del danno alla salute, la giurisprudenza utilizzava l’equità non per la valutazione del quantum, ma per l’accertamento di un danno non provato secondo il sistema delle presunzioni basato sui riflessi negativi della lesione rispetto al reddito futuro. In altre parole, i giudici facevano ricorso all’equità, prima per creare la norma per la fattispecie dedotta dalle parti, poi anche per stimare il quantum del danno. Ebbene con l’introduzione del danno alla salute questo rischio è venuto meno.                                   

 

5. Con l’espressione danno alla persona, dottrina e giurisprudenza intendono riferirsi alle ipotesi in cui un soggetto subisce una lesione alla propria integrità fisica, intesa in senso lato. La categoria del danno alla persona è strettamente connessa con quella dei diritti alla personalità, i quali, emersi grazie all’opera della dottrina, acquisirono rilevanza grazie ad un’impostazione spiccatamente patrimonialista. Infatti nel silenzio dei testi normativi, il meccanismo grazie al quale si riconosceva tutela alla persona si identificava con l’assunto che ogni soggetto è patrimonio di se stesso. Una volta abbandonato il richiamo al concetto di patrimonialità i risultati raggiunti dalle ulteriori elaborazioni dottrinali non sono stati del tutto appaganti, soprattutto per quanto concerne l’identificazione degli elementi strutturali che caratterizzano tale categoria di diritti. Il problema che si configura con il superamento della concezione patrimonialistica del danno, e l’affermazione del principio personalistico, è stato quello di dover tradurre in termini patrimoniali lesioni che, interessando la persona, sono insuscettibili di valutazione economica. Poiché il nostro codice civile prevede due tipi di danno patrimoniali ai sensi dell’art. 2043 c.c. e non patrimoniale ai sensi dell’art. 2059 c.c. si pone il problema dell’inquadramento sistematico del danno alla persona. Ai fini di questo esame è interessante attraverso lo studio comparato di altri sistemi normativi prendere in considerazione alcuni indirizzi, un primo indirizzo è quello rappresentato dal sistema francese il quale è per il superamento normativo della distinzione (patrimoniale – non patrimoniale), e per la piena risarcibilità dei danni morali. Il dommage moral non è oggetto di una previsione ad hoc, ma confluisce nella generale nozione di dommage. A tale indirizzo guardano con favore in Italia tutti coloro che auspicano l’abrogazione dell’art. 2059 c.c. o almeno una sua declaratoria di incostituzionalità. Un secondo indirizzo si inserisce in un generale processo di erosione della funzione originaria dei danni non patrimoniali pur mantenendo la distinzione tra i due modelli fondamentali, esso trova la sua traduzione normativa nei sistemi, esemplare è il sistema elvetico, che, mediante la tecnica delle previsioni tipizzate, affiancano alle ipotesi di danno non patrimoniale, il cui risarcimento risponde alla funzione preventivo – punitiva propria di quel modello di danno, una serie di ipotesi “costruite” di danno morale in cui non vi è tale rispondenza. E tra queste ipotesi sono sistemate alcune figure speciali di danno alla salute. Un terzo indirizzo identifica una categoria di danni che si sottragga alla distinzione tra danni patrimoniali e danni non patrimoniali, riconducendo i danni alla persona in senso stretto in una categoria autonoma di danni, un tertium genus rispetto ai modelli di danno tradizionale. Tale indirizzo si è sviluppato sia in Germania che in Italia, dove si è tradotto nella categoria dei “ danni personali “. Partendo dalla concezione del danno come lesione di un interesse protetto, il danno personale si risolverebbe nella lesione dei beni della personalità, in particolare di quelli dell’integrità psico – fisica in sé considerati, e sarebbe il sistema normativo che imporrebbe l’attribuzione di un valore oggettivo a tali beni, e quindi la misurazione della loro lesione. Un tale indirizzo per molta dottrina non è da accogliere in quanto per il diritto positivo sia tedesco che italiano, non esiste alcun argomento che consenta la costruzione di una categoria di danni suscettibili di sottrarsi alla distinzione tra danni patrimoniali e non. Altro indirizzo poggia su una revisione del tradizionale schema della patrimonialità del danno, per affermare la natura patrimoniale dei danni alla salute. Altra parte della dottrina stravolge i termini del problema, affermando che oggi, dal momento che la categoria danno non patrimoniale ha un valore più che altro dogmatico e classificatorio, la distinzione operazionale rilevante si impone non più tra danni patrimoniali e non patrimoniali, bensì tra danni morali di cui all’art. 2059 c.c., e tutti gli altri tipi di danno risarcibili come species di danno ingiusto ai sensi dell’art. 2043 c.c. (tra i quali sono i danni alla salute), in altre parole, tra danni che violano posizioni soggettive costituzionalmente garantite, e danni che violano posizioni giuridiche non assistite da alcuna garanzia costituzionale. Si ricorda che un’autorevole dottrina giunge ad attribuire al danno la qualifica di figura generale il cui contenuto si specifica in funzione dei diversi beni giuridici lesi, a prescindere dall’alternativa patrimoniale – non patrimoniale. Per tale dottrina non è decisivo il diktat patrimoniale – non patrimoniale, poiché la risarcibilità non è l’unico rimedio contro il danno, quindi propone una revisione della nozione di risarcimento o comunque della concezione dei rimedi contro il danno.                                             


5.1
L’espressione danno alla vita di relazione è coniata dalla magistratura milanese ed ha avuto la funzione almeno inizialmente di mascherare la liquidazione del danno morale nei casi in cui esso non risulta risarcibile ai sensi dell’art. 2059 c.c. Successivamente è stata usata come danno patrimoniale, in riferimento a pregiudizi che si ripercuotono indirettamente sul patrimonio del colpito, altre volte come danno non patrimoniale, facendolo consistere in un perturbamento psichico e morale senza alcun pregiudizio diretto o indiretto al patrimonio, altre volte ancora è stato configurato come voce di danno a contenuto misto. Attualmente per danno alla vita di relazione si intende quel danno incidente sull’attitudine della persona ad affermarsi nell’ambiente umano, purchè fuori dalle manifestazioni strettamente produttive, esso consiste: nella riduzione della capacità di espansione e affermazione, ovvero della capacità di concorrenza nei rapporti socio – economici, nella riduzione della possibilità di collocamento e di sistemazione, ossia nella difficoltà o impossibilità  di reinserirsi nei rapporti sociali o a mantenerli ad un livello normale, nella riduzione dell’attività psico – fisica incidente sull’esplicazione di attività complementari o integrative dell’attività lavorativa ordinaria. Vengono ricondotte in questo ambito:  l’attività sportiva, le divagazioni artistiche e culturali extra professionali, la  vita ricreativa nei circoli, la frequenza dei teatri ecc. (Gentile 1972, Il danno alla  persona, in ED. XI, Milano, 1972, pag. 668 ss.). 

Non occorre la prova diretta del venire meno delle relazioni sociali o della capacità di concorrenza per desumere la sussistenza del danno, tutto ciò è oggetto di presunzioni. Allo stesso modo è oggetto di presunzione la circostanza che la perdita della capacità di concorrenza determini una diminuzione patrimoniale da risarcire, soprattutto quest’ultima presunzione assume una grande rilevanza, se si considera che in tema di risarcimento del danno patrimoniale per lesione di un diritto della personalità la giurisprudenza è ferma nel ritenere necessaria una specifica prova del danno. Ciò va sottolineato perché l’uso di presunzioni semplici, nel campo del danno alla vita di relazione, ha comportato un’estensione sostanziale del novero degli interessi oggetto di tutela.

Con la crisi del modello tradizionale di risarcimento del danno emerge la questione relativa a quelle figure di danno attraverso le quali la giurisprudenza aveva provveduto ad ampliare l’area patrimoniale e cioè il danno alla vita di relazione e le figure affini. Le corti erano state costrette a fare ricorso a tali voci di danni relazionali per garantire agli stessi una tutela aquiliana al di fuori dall’ambito restrittivo dell’art. 2059 c.c. Quando infatti appare possibile riconoscere al danno biologico una propria autonoma rilevanza, non è più necessario alcun artifizio diretto a ricercare un rapporto tra conseguenze negative di ordine relazionale e diminuzione di carattere patrimoniale. Con l’emergere del danno biologico declina la figura del danno alla vita di relazione e figure affini che vanno incontro ad una definitiva perdita di autonomia. Le Corti sono apparse per lo più orientate a concludere che il pregiudizio alla vita di relazione risulta destinato a ripercuotersi sul patrimonio.

 Questa Corte osserva che il danno morale consistente nell’ingiusto perturbamento dello stato d’animo del leso in conseguenza dell’offesa ricevuta e risarcibile nel solo caso in cui derivi da un fatto imputabile come reato , non può identificarsi nel danno alla vita di relazione, che rientra, invece, nell’ipotesi di danno patrimoniale consistendo nell’impossibilità o anche nella difficoltà per chi ha subito menomazioni fisiche di reinserirsi nei rapporti sociali o anche di mantenerli ad un livello normale si da annullare o diminuire le possibilità di collocamento o di sistemazione del danneggiato.Tale danno deve ritenersi distinto da quello della capacità lavorativa ed è quindi risarcibile separatamente da quello conseguente alla riduzione di tale capacità, pur rientrando, al pari di quest’ultimo, nella categoria dei danni materiali, in quanto, come sopra evidenziato, può determinare una diminuzione della capacità di acquisire determinate posizioni sociali, dalle quali deriva un’utilità economicamente valutabile. (Cass. 2.6.1984, n. 3344, in AC, 1984, pag. 1166).   

Mentre in un primo tempo tale correlazione era ricostruita in modo rigoroso ed aveva un valore selettivo (Mastropaolo 1983, Il risarcimento del danno alla salute, Jovene, Napoli, 1983, pag. 124; Todaro, Il danno biologico, in AA.VV., Giuffrè, Milano, 2002, pag. 580), successivamente l’incidenza sulla sfera reddituale della vittima è stata interpretata in termini molto più ampi. Le Corti hanno finito per ricomprendere nel danno alla vita di relazione qualsiasi ripercussione negativa riguardante genericamente le attività extralavorative del soggetto a prescindere dalla dimostrazione di un’effettiva incidenza delle stesse nella sfera patrimoniale. Interessante è il pronunciato di alcune Corti che hanno messo in evidenza il carattere descrittivo della formula “danno alla vita di relazione” che sarebbe suscettibile di individuare conseguenze ora a carattere patrimoniale ora a carattere morale.

Il danno alla vita di relazione può rientrare, di volta in volta, nella categoria di danni patrimoniali o in quella di danni morali. E ciò può concepirsi se si parte dal presupposto che ciascun individuo, oltre ad una capacità lavorativa generica e specifica, ha, come consociato, una capacità sociale che si identifica nell’idoneità del soggetto a svolgere una vita ricca di soddisfazioni estetiche, fisiche, sociali e di appagamento di bisogni fisiologici. La menomazione di un’ idoneità se comporta conseguenze economiche rilevanti, va considerata come danno patrimoniale; se invece comporta conseguenze economiche non rilevanti, ma incide solo sulla sfera intima del soggetto, togliendo magari quella che i francesi chiamano la gioia di vivere, va considerata come danno non patrimoniale. (Trib. Napoli, 21.4.1980, in AGCSS,1980, pag. 578).  

 Secondo autorevole dottrina (Franzoni 1995, Il danno risarcibile, in Tratt. Franzoni, Milano, 2000, pag. 169) nel concetto di danno alla persona convivono due differenti anime, una che concepisce la persona in funzione della sua capacità di produrre reddito, l’altra aperta a riconoscere che la persona va tutelata sul piano risarcitorio anche se le perdite subite non si riflettono sulla diminuzione di reddito.

Attualmente appare, secondo l’orientamento più diffuso tra le Corti, che il danno alla vita di relazione così come il danno estetico ed il danno alla sfera sessuale rientrino nella nozione di danno biologico. (Cass. 9.2.1998, n. 1324, in GI, 1998, I, pag. 2039; Cass. 22.2.1995, n. 1995, in RGI, 1995, in Danni, pag. 271; Cass. 13.5.1995, n. 5271, in RGI, 1995, Danni, pag. 272; Trib. Crema 18/2/1987, in RCP, 1998, pag. 214; Trib. Cagliari 5.2.1986, RGC, 1987, Danni, pag., 72). A tale proposito si ricorda la pronuncia della Suprema Corte del 1993 che afferma:

 Poiché il danno biologico, come danno alla salute in sé, ha una portata più ampia di quello di relazione, si risolve nella impossibilità o difficoltà di mantenere i rapporti sociali ad un livello normale, e tende ad assorbirlo, come per altri tipi di danno non ben definiti, quali il danno estetico e quello alla sfera sessuale, la domanda di risarcimento del danno alla salute, quando non sia limitata al pregiudizio della vita di relazione, impone al Giudice di merito di considerare tutti i possibili profili del predetto danno e liquidarlo anche per la parte che non coincide con il pregiudizio alla vita di relazione (Cass. 14.10.1993, n. 10153, in FI, 1993, I, pag. 194). Nello stesso senso è ancora il pronunciato della Suprema Corte del 1995 secondo la quale il danno alla vita di relazione rientrerebbe nella più ampia categoria della nozione di danno biologico ed afferma:  Il danno costituito dalla compromissione della capacità psico – fisica del soggetto che incida negativamente non sulla capacità di produrre reddito ma sulla esplicazione di attività diverse da quella lavorativa normale (come le attività ricreative e quelle sociali) già qualificato come “danno alla vita di relazione” rientra nel concetto di danno alla salute e, pertanto, va liquidato soltanto a tale titolo (Cass. 21.3.1995, n. 3239, in Danno resp., 1995, pag. 270). Al danno alla vita di relazione generalmente viene riservato qualche residuo margine di autonomia quale categoria a sé stante solo nei casi in cui risulti concretamente dimostrata una stretta connessione tra la compromissione della vita di relazione ed un’effettiva perdita di reddito (Cass. 23.1.1995, n. 755, in GI, 1996, I, pag. 406). Secondo l’attuale orientamento giurisprudenziale i riflessi pregiudizievoli arrecati alla vita di relazione saranno assorbiti dal danno biologico salva l’autonoma risarcibilità delle compromissioni relazionali ove si sia verificato un concreto detrimento patrimoniale dipendente dalla vita compromessa sociale. In tal caso il riferimento al danno alla vita di relazione assume un carattere descrittivo in quanto individua una delle componenti del lucro cessante e allora si potrà fare riferimento al danno patrimoniale. Il danno biologico diviene in tale prospettiva il riferimento ad ogni pregiudizio diverso da quello consistente nella diminuzione o nella perdita della capacità di produrre reddito che la lesione del bene alla salute abbia causato alla vittima, nella liquidazione di tale voce il giudice dovrà tenere conto delle compromissioni di ordine relazionale come quelle di carattere estetico senza essere tenuto all’indicazione di tutte le somme che valgono ad indennizzare ciascuno dei pregiudizi nei quali la lesione del bene salute si risolve (Cass. 12.1.1999, n. 256, in DR, 1999, pag. 572). E’ condivisibile che il danno alla vita di relazione rimanga assorbito nel danno biologico quando vi sia una lesione all’integrità psicofisica, diversamente la confluenza del danno alla vita di relazione nel danno biologico non è praticabile quando ad essere colpito non sia un interesse diverso da quello al danno alla salute poiché naturalmente in questi casi non può farsi ricorso al danno biologico. Poiché ormai il danno alla vita di relazione ha una connotazione areddituale le Corti non potranno più configurare tale categoria di danno in termini patrimoniali nell’ipotesi in cui alla compromissione relazionale non faccia seguito un effettivo lucro cessante. Alla questione di esaminare quale tipo di tutela andrà riservata alle compromissioni relazionali negative parte della dottrina, per mantenere salvo il principio della confluenza del danno alla vita di relazione nel danno biologico, ritiene che i riflessi peggiorativi di ordine relazionale saranno risarciti solo se incidano sulla salute psichica del soggetto. Tale orientamento non è condivisibile in quanto attraverso tale impostazione si offrono margini di tutela inferiori a quelli concessi dal sistema tradizionale e comunque è in piena contraddizione con l’evoluzione della tutela del danno biologico che sempre più procede nel senso della valorizzazione degli aspetti non reddituali del danno.  5.2  Il danno estetico viene considerato come voce autonoma di danno, che esige un compenso aggiuntivo, il quale è per lo più liquidato in via equitativa; essendo una delle manifestazioni tipiche del danno alla vita di relazione, ne segue le sorti, così sfuggendo ad una precisa collocazione in una delle categorie codicistiche, spesso è liquidato cumulativamente col danno morale. Nel caso in cui la modificazione peggiorativa del complesso estetico individuale si traduca nella perdita della capacità lavorativa specifica, esso è inquadrato come danno patrimoniale da lucro cessante; ma quando la lesione non provoca alcuna perdita di reddito e si sostanzia in uno stato di disagio per il proprio imbruttimento, vi è grande incertezza sia dal punto di vista della qualificazione sia dei criteri per la liquidazione, tali lesioni sono ricondotte al danno alla vita di relazione talvolta di natura patrimoniale, talaltra di natura non patrimoniale a seconda delle conseguenze che ne derivano. Comunque è possibile affermare, nonostante le incertezze che hanno caratterizzato l’inquadramento formale del danno estetico all’interno dello schema codicistico, che, mentre all’inizio lo si inquadra come danno non patrimoniale, la successiva giurisprudenza e dottrina lo inseriscono tra i danni patrimoniali, ciò è avvenuto attraverso un graduale trasferimento della voce danno alla vita di relazione, dalla categoria danni non patrimoniali a quella dei danni patrimoniali. Le corti non hanno mancato di ribadire come resti in ogni caso fermo il risarcimento ex art. 2059 c.c. dell’eventuale patema d’animo che la vittima possa aver sofferto a seguito della lesione estetica (Cass. 27.3.1987, n. 2985, in RCP, 1987, pag. 902; App. Caltanissetta 25.6.1975, in GI, 1977, I, 2, pag. 68); si osserva che la compromissione di carattere estetico si risolve, oltre che in un danno alla vita di relazione in quanto suscettibile di determinare una diminuzione della capacità di acquisire determinate posizioni sociali dalle quali deriva un’utilità economicamente valutabile, in un danno morale correlato alla stato di perturbamento psichico che dal difetto estetico deriva alla persona che ne è affetta (Cass. 10.1.1966, n. 198, in RCP, 1966, pag. 254). Successivamente la Cassazione ha affermato che nel caso che al danneggiato residuino postumi di carattere estetico, spetta allo stesso il risarcimento dei danni patrimoniali e morali. In tale ipotesi non sussiste una duplicazione del risarcimento in quanto le relative menomazioni producono due forme di danno: quello patrimoniale, consistente nella perdita di vantaggi economici in rapporto all’attività lavorativa e alla vita di relazione, e quello morale, consistente nelle menomazioni che si ripercuotono sulla sfera psichica del soggetto leso. Viene inoltre ribadito che esso non costituisce un tertium genus, distinto dal danno patrimoniale e non patrimoniale, rientrando, secondo i casi, nell’una o nell’altra categoria perché in definitiva si risolve o in un danno alla vita di relazione o in un danno morale per lo stato di perturbazione psichica che ne deriva. La giurisprudenza, nella progressiva enucleazione di diverse voci di danno, è giunta ad identificare il danno estetico, il quale corrisponderebbe alla compromissione delle possibilità di affermazione dell’individuo nella vita sociale, conseguenti alla sgradevolezza dell’aspetto che risulti essere stata provocata dall’illecito. Secondo la prevalente giurisprudenza nella nozione di danno biologico rientrano tutte le figure di danno non reddituale (c.d. danni estetici e fisionomici, alla vita di relazione, alla sfera sessuale). Infatti il danno alla salute (o danno biologico) comprenderebbe ogni pregiudizio diverso da quello consistente nella diminuzione o nella perdita della capacità di produrre un reddito, nonché dal danno morale di cui all’art. 2059 c.c., e non sarebbe concettualmente diverso, ma solo quantitativamente, dal danno estetico e dal danno alla vita di relazione, che rispettivamente rappresentano l’uno una delle possibili lesioni all’integrità fisica e l’altra uno dei possibili risvolti pregiudizievoli della menomazione subita dal soggetto. Ciò comporterebbe che allorché il danneggiato richieda al giudice la liquidazione del danno biologico, in effetti egli ha richiesto la liquidazione di tutte le componenti di detto danno, con la conseguenza che, quando detta domanda non sia espressamente limitata ad ottenere il risarcimento per una (o alcune) di dette voci, il giudice deve considerare tutti i possibili profili di predetto danno e liquidarli (ove li ritenga sussistenti nella fattispecie), sia pure complessivamente, al fine di assicurare il corretto ed integrale risarcimento dell’effettivo pregiudizio subito dalla vittima. In determinate circostanze da provarsi da parte del soggetto danneggiato, il danno estetico, oltre che componente del danno biologico (danno evento), può essere anche fonte di danno patrimoniale allorché incida sulla stessa capacità di guadagno del soggetto. Ciò si verifica in genere allorché l’aspetto estetico è un elemento essenziale, o fortemente determinante, dell’attività lavorativa espletata dal soggetto danneggiato. In questo caso il danno estetico rileva sia quale componente del danno biologico (in quanto il soggetto è stato offeso nel “valore persona”, come qualunque altro soggetto), sia sotto il profilo del danno patrimoniale, in quanto, per effetto di detto danno e per la particolare attività lavorativa da lui svolta, a differenza ed oltre a quanto capita per gli altri soggetti, egli ha subito anche una riduzione della sua capacità di guadagno. Trattandosi, in questo caso, di danno di tipo patrimoniale, e quindi di danno conseguenza, il soggetto danneggiato dovrà provare l’esistenza di questa diminuzione patrimoniale. In altri termini non sarà più sufficiente provare il danno estetico (come evento lesivo), ma anche il danno patrimoniale conseguenziale.                           


6.
La recente giurisprudenza riconosce in capo agli eredi di un soggetto deceduto a causa di un fatto illecito altrui, una nuova forma di risarcimento riconducibile al danno patito dai congiunti della vittima a causa della lesione del rapporto parentale. Sebbene l’esistenza della predetta voce di danno non sia ancora stata avallata da una pronuncia della Suprema Corte, la giurisprudenza di merito ha già riconosciuto in svariati casi l’esistenza del danno da lesione del legame parentale subita a causa della perdita di un familiare (Trib. Firenze 24.1.2000, in AGCSS, 2000, pag. 601; Trib. Milano 31.5.1999, in DResp, 200, pag. 67; Trib. Treviso 25.11.1998, in DResp, 2000, pag. 68). E’ opportuno esaminare, anzitutto, se la vittima abbia maturato, prima del decesso, un danno biologico, inteso quale menomazione dell’integrità fisica e psicologica subita dalla vittima, trasmissibile iure hereditatis (a titolo successorio) ai propri congiunti. Dottrina e giurisprudenza, con riguardo al risarcimento, in favore degli eredi, della predetta voce di danno, sono divise in due orientamenti, il primo orientamento maggioritario riconosce l’esistenza di tale danno e la conseguente trasmissibilità agli eredi solo quando vi sia un apprezzabile lasso di tempo tra lo evento lesivo e la morte del congiunto. Il secondo orientamento, non supportato dalla Suprema Corte, riconosce l’esistenza di tale voce di danno anche in caso di morte istantanea o verificatasi poche ore dopo l’evento lesivo. Non si comprende la ratio che ha indotto la Suprema Corte a non riconoscere l’esistenza del danno biologico in caso di morte istantanea, infatti se non si riconosce la risarcibilità del danno biologico nel caso di morte sopravvenuta immediatamente o in un arco di tempo molto ravvicinato all’evento lesivo, si arriva all’assurdo logico – giuridico che sarebbe meno oneroso per l’autore dell’illecito cagionare la morte istantanea dell’infortunato piuttosto che cagionargli una gravissima lesione per la quale il risarcimento del danno biologico sarebbe senz’altro riconosciuto. La ratio dell’orientamento maggioritario si riconduce a quella corrente di pensiero che afferma, che in caso di morte istantanea, non si fa in tempo a maturare una vera e propria sofferenza psico- fisica.

Altra voce di risarcimento di danno ipotizzabile in favore degli eredi è quella riconducibile al danno patrimoniale, qualora la vittima, prima dell’evento lesivo, provvedesse al mantenimento dei propri congiunti.

La Suprema Corte (Cass. 2.4.2001, n. 4783, in GDir, 18/2001, pag. 75), ha almeno in parte contemperato il predetto disequilibrio affermando che se

 tra il fatto illecito e la morte sussista uno spatium vivendi, indipendentemente dalla durata dello stesso, il giudice deve motivare sulla rilevanza e l’incidenza del fatto “durata” in ordine alla valutazione dell’esistenza (an) e della consistenza (quantum) del danno e, se detta valutazione è positiva, deve riconoscere la trasmissibilità del danno biologico iure hereditatis (Cass. 2.4.2001, n. 4783, in GDir, 18/2001, pag.75). La sentenza ha, pertanto, aperto una breccia nell’orientamento della giurisprudenza di legittimità, ritenendo possibile un risarcimento del danno biologico anche nell’ipotesi che tra evento lesivo e morte siano trascorse ore e non giorni. Nel caso di specie, la vittima era deceduta dopo 4 ore di agonia. Il danno da lesione parentale è stato riconosciuto proprio in quei casi in cui la morte non è intervenuta istantaneamente, anche al fine di contemperare le disparità di risarcimento esistenti con il caso di morte istantanea. Alcuni Giudici di merito, infatti, hanno ritenuto opportuno riconoscere in favore dei congiunti del soggetto leso un risarcimento connesso alla lesione del legame parentale, sia che quest’ultimo debba ricondursi ad un rapporto coniugale, sia ad un rapporto di tipo filiale, che lega la vittima al predetto congiunto. Coloro che si trovano nella strettissima posizione di coniugi, genitori o figli, soffrono, per effetto della scomparsa del congiunto, una menomazione vera e propria, cioè perdono, a causa dell’altrui fatto illecito, quella stabilità di situazioni connesse alla loro condizione nei confronti della vittima diretta. Tale voce di danno è considerata risarcibile, in mancanza assoluta di parametri, con l’equivalente della metà di quanto liquidato a titolo di danno morale. La predetta creazione giurisprudenziale trova, peraltro, conforto nel riconoscimento in altri analoghi casi giurisprudenziali, nei quali è stato sancito l’obbligo di risarcire la lesione di un diritto proprio. Si pensi, per esempio, al caso nel quale è stato riconosciuto il diritto al risarcimento del danno derivante dal comportamento doloso o colposo del terzo che cagiona ad una persona coniugata l’impossibilità di rapporti sessuali. In particolare, il predetto risarcimento del danno (c.d. danno edonistico) è stato riconosciuto dalla giurisprudenza di merito in seguito alla domanda di risarcimento avanzata dai congiunti delle vittime di incidente stradale, nel quale era stata ravvisata l’esclusiva responsabilità del convenuto conducente e proprietario dell’autovettura. Quest’ultimo aveva perso il controllo dell’autovettura e uscendo dalla sede stradale aveva causato la morte delle persone terze trasportate sul proprio automezzo. Il riconoscimento del predetto danno edonistico trova, peraltro, ampia giustificazione nell’art. 2059 c.c. che, in caso di fatti illeciti, prevede la possibilità in favore del danneggiato di avanzare richieste di risarcimento, oltre che dei danni patrimoniali (danno emergente e lucro cessante), anche dei danni non patrimoniali. Tra questi ultimi si possono sicuramente inserire il danno biologico, il danno morale ed altre categorie d’origine giurisprudenziale (per es. il danno estetico, il danno alla vita di relazione).Il diritto al risarcimento è riconosciuto quale effetto della privazione “di quella stabilità di situazioni che compongono lo status parentale”. La morte per fatto illecito, infatti, causa anche la perdita di quello status di parentela, di coniugio o di filiazione, costituito da una serie di rapporti morali, giuridici, diritti, doveri che afferiscono direttamente alla persona e come tale deve essere risarcito. La predetta decisione di merito innova il sistema risarcitorio ed introduce, accanto alle voci classiche del danno risarcibile (biologico, morale e patrimoniale), una forma di tutela del c.d. danno edonistico, ovverosia del danno che patisce il coniuge, il figlio e, in ogni caso, la persona legata da stretto rapporto parentale con la vittima. I principi sottesi al risarcimento del danno da legame parentale vengono ora finalmente anche riconosciuti dalla Suprema Corte che in un pronunciato osserva cheIl soggetto che chiede iure proprio il risarcimento del danno subito in conseguenza dell’ uccisione di un congiunto lamenta l’incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute, del quale è titolare, la cui tutela ex art. 32 Cost., ove risulta intaccata l’integrità biopsichica, si esprime mediante il risarcimento del danno biologico, sia dall’interesse all’ integrità morale, la cui tutela ricollegabile all’art. 2 Cost., ove sia determinata un’ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale soggettivo. L’interesse fatto valere nel caso di danno da uccisione di un congiunto è quello dell’ intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia, all’inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 2, 29 e 30 Cost. (Cass. 31.5.2003, n. 8828 in FI, 2003, I, pag. 674).        A seguito della sopra richiamata statuizione della Suprema Corte il risarcimento del danno da legame parentale viene a costituire una nuova categoria di danno identificato nel danno derivante dall’estinzione del rapporto parentale che subiscono i congiunti della vittima e nella lesione dell’interesse all’ intangibilità della sfera degli affetti reciproci che connota la vita familiare.    


7.
Di recente creazione giurisprudenziale è la figura del mobbing, termine nuovo che afferisce alle problematiche presenti nel mondo del lavoro. Tale figura prende origine dall’esperienza dell’Europa continentale, più precisamente il “mobbing” nasce all’inizio degli anni ottanta, quando il Prof. Leymann in Svezia inizia a mettere in connessione la vasta casistica di lavoratori che presentavano problemi psicologici in relazione ai rapporti personali sul luogo di lavoro. Il “mobbing” è un termine nuovo che definisce ed inquadra una problematica presente da tempo nel mondo del lavoro, di cui oggi si parla in quanto studi recenti e numerosi ne hanno evidenziato la dimensione ed i costi aziendali e sociali, ma anche per gli adempimenti nuovi introdotti dalla normativa sulla sicurezza sui posti di lavoro. Problematica che è in aumento anche in relazione alle nuove tipologie di lavoro (interinale, para - subordinato, ecc.). Il mobbing è una forma di terrore psicologico, caratterizzato dalla ripetizione protratta nel tempo, che viene esercitata sul posto di lavoro, ad opera di un superiore o di colleghi di lavoro singoli o in gruppo, con lo scopo di eliminare una persona ritenuta scomoda. Le forme che esso può assumere sono molteplici: dalla semplice emarginazione alla diffusione di maldicenze, dalle continue critiche alla sistematica persecuzione, dall’assegnazione di compiti dequalificanti alla compromissione dell’immagine sociale nei confronti di clienti e superiori.Riportiamo alcune definizioni partendo da quella di Heinz Leymann, a cui si devono i primi studi e la formulazione teorica, negli anni ’80, del mobbing:               In caso di conflitto, le azioni che hanno la funzione di manipolare la persona in senso non amichevole, si possono distinguere in tre gruppi di forme di comportamento. Un gruppo di azioni verte sulla comunicazione con la persona attaccata. Un altro gruppo di comportamenti punta sulla reputazione della persona, utilizzando strategie per distruggerla. Infine le azioni del terzo gruppo tendono a manipolare la prestazione della persona per punirla. Alcuni di questi comportamenti si possono trovare nella comunicazione umana e quotidiana o durante causali litigi. Solo se queste azioni vengono compiute di proposito, frequentemente e per molto tempo, si possono chiamare mobbing.   Dall’Ente Nazionale per la Salute e la Sicurezza svedese, (la Svezia è il primo paese ad aver adottato una legge che riconosce il mobbing come malattia professionale):   “ per persecuzione si intendono ricorrenti azioni riprovevoli o chiaramente ostili intraprese nei confronti di singoli lavoratori, in modo offensivo, tali da determinare l’allontanamento di questi lavoratori dalla collettività che opera nei luoghi di lavoro”.Due condizioni devono essere sussistenti affinché si possa affermare di essere in presenza di mobbing: la durata e la ripetitività. (Leymann 1980).               

7.1.
Nell’ambito della più ampia figura del mobbing si può distinguere:1)                 Mobbing di tipo verticale: quando la violenza psicologica viene posta in essere nei confronti della vittima da un superiore, nell’espressione anglosassone questa forma viene anche definita bossing o bullying;-       Bossing: azione compiuta dall’azienda o dalla direzione del personale nei confronti di dipendenti divenuti scomodi. Si tratta dunque di una strategia aziendale di riduzione, ringiovanimento o razionalizzazione degli organici (detto anche mobbing pianificato);-     Bullying: indica i comportamenti vessatori messi in atto da un singolo capo.2)                 Mobbing di tipo orizzontale: quando l’azione discriminatoria è messa in atto dai colleghi nei confronti del soggetto colpito.3)                 Mobbing individuale: quando oggetto è il singolo lavoratore.4)                 Mobbing collettivo: quando colpiti da atti discriminatori sono gruppi di lavoratori (si pensi alle ristrutturazioni aziendali, prepensionamenti, cassa integrazione.). 5)                 Mobbing dal basso sia individuale che collettivo: quando viene messa in discussione l’autorità di un superiore.A queste forme si deve affiancare una forma di mobbing definibile sessuale anche se non caratterizzato da contatto fisico. La violenza morale può manifestarsi con una molteplicità di aspetti che riportiamo sapendo che è impossibile mettere insieme in modo sistematico tutte le possibile azioni mobbizzanti:1.                  impedire al lavoratore di esprimersi;2.                  isolare il lavoratore (privarlo dei mezzi di comunicazione: (telefono, computer, posta), bloccare il flusso d’informazioni necessarie al lavoro, estrometterlo dalle decisioni, impedire che gli altri lavoratori gli rivolgano la parola, negare la sua presenza, comportarsi come se il mobbizzato non ci fosse, trasferirlo in luoghi isolati o comportanti lunghi periodi di percorrenza;)3.                  discreditare il lavoratore / attacchi contro la reputazione (ridicolizzarlo, umiliarlo, calunniare membri della sua famiglia);4.                  ridurre la considerazione del lavoratore (privarlo degli status symbol, non attribuirgli incarichi, attribuirgli incarichi inferiori o superiori alle sue competenze, simulare errori professionali, continue critiche alle prestazioni, applicare sanzioni amministrative senza motivazioni);5.                  compromettere il suo stato di salute (diniego di periodi di ferie o di congedo, attribuzioni di mansioni a rischio o con turni massacranti, ecc.);6.                  cambio di  mansioni;7.                  violenza o minaccia di violenza.In alcuni casi si tenta di determinare comportamenti incontrollati da parte del mobbizzato in quanto tale comportamento irresponsabile della vittima può divenire un insindacabile motivo di licenziamento. Molte delle azioni, sopra elencate, possono anche essere assolutamente normali, cioè dettate da momenti contingenti: si parla di mobbing quando una o più di queste azioni diviene sistematica e a lungo termine. 

7.2
Da un  punto di vista strettamente giuridico, il problema che si pone con il fenomeno di mobbing, è quello della dimostrazione del nesso causale tra la condotta e il danno. In particolare si ricorda la sentenza del Trib. Torino, sez. lav. 30.12. 1999  la cui massima recita:Il c.d. mobbing ossia il comportamento tenuto dal datore di lavoro nei confronti del lavoratore e consistente in ripetuti sorprusi tendenti ad isolarlo e, nei casi più gravi, anche ad espellerlo, è illecito ed obbliga il datore di lavoro a risarcire il danno biologico e da dequalificazione professionale subiti dal dipendente a causa di tale comportamento (Trib. Torino 30.12.1999, in GIUS, 2000, IX, pag. 828).     Nella decisione in esame il mobber era il datore di lavoro stesso, che al chiaro scopo di costringere la dipendente alle dimissioni, aveva messo in atto una serie di comportamenti tipici del bossing: terrorismo psicologico con pressioni a rassegnare le dimissioni; assunzione di un'altra dipendente durante il periodo di malattia della vittima, che al ritorno sul posto di lavoro si trovò di fatto sostituita e quindi messa da parte; trasferimento dagli uffici amministrativi al magazzino, con conseguente demansionamento e impoverimento del bagaglio professionale. Anche in questo caso la mobbizzata aveva sviluppato una temporanea sindrome ansioso – depressiva, con insonnia, ansia, inappetenza e crisi di pianto. Nelle decisioni in esame il comportamento dei mobbers è stato ritenuto fonte di responsabilità in base al combinato disposto degli artt. 32 Cost. e 2087 c.c., norme che tutelano, come noto, la personalità morale e la salute, fisica e psichica, dei lavoratori.Con la conseguente condanna dell’azienda al risarcimento del danno. La prima cosa interessante da notare è che entrambe le sentenze in esame contengono, quale primo passaggio della parte motivazionale, e a livello di “fatto notorio” ai sensi dell’art. 115 c.p.c., un’ esposizione sintetica del fenomeno del mobbing in azienda, corredata di dati e di informazioni tratti dalla letteratura in materia, soprattutto quella medico – scientifica. Il giudice torinese, giustificato questo incipit come una “doverosa premessa”, è chiaramente indirizzato a fornire l’ossatura per il passaggio successivo della sentenza, quello concernente la questione cruciale dell’an debeatur. L’estensore quindi ha mostrato, anche attraverso il richiamo al concetto di “fatto notorio”, di voler utilizzare il mobbing come cornice, nella quale inserire, riconducendo ad unità, tutta una serie di comportamenti posti in atto all’interno dell’azienda, di per sé privi di particolari connotazioni illecite, o comunque, non decisivi sotto il profilo dell’inadempimento. Così facendo il Tribunale ha potuto, da un lato, mettere chiaramente a nudo l’intento persecutorio degli autori delle molestie; dall’altro, attribuire a questi piccoli ma ripetuti illeciti il giusto rilievo ai fini dell’accertamento della responsabilità dei datori di lavoro evocati nei rispettivi giudizi. Pertanto lo schema ricostruttivo va così delineato: 1) il mobbing come fatto notorio; 2) accertamento della sussistenza dei comportamenti datoriali riconducibili entro tale fenomeno; 3) accertamento del danno psichico e della sua riconducibilità al mobbing subito in azienda; 4) liquidazione del danno. A tale proposito è estremamente opportuno richiamare l’attenzione sull’approccio seguito dalla sentenza in esame riguardo l’accertamento del nesso di causa intercorrente tra le condotte persecutorie e le patologie psichiche accusate dalle vittime. In particolare, il giudice del lavoro ha ravvisato il rapporto eziologico sostanzialmente su di un solo elemento: la concomitanza temporale tra l’ingresso della vittima nell’ambiente lavorativo e l’insorgenza della malattia psichica.In buona sostanza, il Giudice ha accertato, a mezzo di prova testimoniale, che la malattia lamentata dalla ricorrente era comparsa solo dopo l’ingresso in azienda e in concomitanza con l’esposizione al mobbing; ha accertato, consultando la documentazione medica prodotta dalla lavoratrice, la sussistenza di un periodo di malattia psichica.Ha concluso per la sussistenza di una malattia psichica degna di ristoro, sotto il profilo del danno biologico. La decisione del giudice di qualificare il perturbamento psichico delle vittime come danno biologico temporaneo ci sembra ineccepibile, essendo stata provata una patologia.Infatti l’elemento distintivo tra le due categorie di danno è quello probatorio: per il risarcimento del danno psichico deve risultare una patologia, mentre per quanto riguarda il danno morale non è necessario provare la sussistenza di una malattia psichica, ma è sufficiente dare dimostrazione, anche tramite criteri presuntivi, del turbamento e delle sofferenze dell’animo. Pare cioè che, attesa appunto la configurabilità di patologie temporanee, l’elemento per distinguere tra danno morale e danno psichico non possa certo essere quello della durata nel tempo.Seguendo questo iter logico si finisce per ammettere una cosa lapalissiana, ossia che danno psichico temporaneo e danno morale possono essere una sola cosa, in cui la differenza sta soltanto nell’occhio di chi osserva.Ancora sul problema del nesso causale tra la condotta e il danno ricordiamo il pronunciato della Cass. 5491/2000, che ha stabilito che: il lavoratore che sia vittima di comportamenti persecutori da parte del datore di lavoro ha diritto al risarcimento del cosiddetto danno biologico, ma deve dimostrare l’esistenza di un nesso causale tra il comportamento del datore di lavoro ed il pregiudizio alla propria salute.

In questa prospettiva appare evidente che il contenuto dell’obbligo previsto dall’art. 2087 c.c. non può ritenersi limitato al rispetto della legislazione tipica della prevenzione, riguardante altresì il divieto, per il datore di lavoro, di porre in essere, nell’ambito aziendale, comportamenti che siano lesivi del diritto alla integrità psicofisica del lavoratore. E poiché tale obbligo, come pacificamente si afferma da parte della dottrina e della giurisprudenza, ha indubbia natura contrattuale, i predetti comportamenti, in quanto lesivi di beni primari della persona umana, possono costituire al contempo fonte di responsabilità contrattuale ed aquiliana. Dalla natura contrattuale dell’illecito consistente, evidentemente, anche se non espressamente precisato dal ricorrente, nell’inadempimento dell’obbligo del datore di lavoro di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità psicofisica del lavoratore, in realtà la natura contrattuale dell’illecito non comporta che si versi in una fattispecie di responsabilità oggettiva, fondata sul mero riscontro del danno prestazione lavorativa, occorrendo pur sempre l’elemento della colpa che accomuna la responsabilità contrattuale e quella aquiliana (Cass. 8.7.1992, n. 8325, in RFI, 1992, II, pag. 1243)  .Tale natura acquista invece rilevanza in relazione al particolare regime probatorio che per la responsabilità contrattuale è quello previsto dall’art. 1218 c.c. e non già quello dell’art. 2043 c.c., previsto per la responsabilità extracontrattuale nonché in relazione all’oggetto della stessa prova da darsi; sicchè in riferimento alla fattispecie come quella in esame, deve affermarsi che grava sul datore di lavoro l’onere di provare di avere ottemperato all’obbligo di protezione dell’integrità psicofisica del prestatore, mentre, grava sul lavoratore l’onere di provare sia la lesione dell’integrità psicofisica, sia il nesso di causalità tra tale evento dannoso e l’espletamento della prestazione lavorativa (Cass. 21.12.1998, n. 12763, in RGI, 1998, I, pag. 984).             Questo è ciò che ha stabilito la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione che ha affrontato il caso di un lavoratore impegnato nell’attività sindacale che lamentava di aver subito un comportamento persecutorio da parte del datore di lavoro che gli aveva spesso inflitto sanzioni risultate poi illegittime,. ostacolando in ogni modo e quotidianamente la sua attività.Questo aveva determinato l’insorgenza di disturbi nervosi con somatizzazioni (come nausea, dolori epigastrici) per cui il dipendente aveva chiesto il risarcimento del danno biologico. Il pretore gli aveva dato ragione, ma la decisione era stata riformata in secondo grado e per questo motivo la vittima era ricorsa in Cassazione. La Suprema corte però ha rigettato la domanda ritenendo che il lavoratore non avesse provato l’esistenza di un rapporto di causalità tra la condotta del datore di lavoro ed il danno alla salute. In particolare il lavoratore non lamentava un danno biologico subito a causa di un unico comportamento eclatante come ad esempio un infortunio sul lavoro, ma un danno derivante da un’attività persecutoria fatta di piccoli dispetti quotidiani.Recente è il pronunciato della Suprema corte che ancora una volta si esprime sul nesso di causalità tra condotta del datore di lavoro e danno biologico. Il caso riguardava il licenziamento di un lavoratore che assumeva di aver prestato attività lavorativa con mansioni inferiori rispetto a quelle svolte. Il lavoratore adiva il Pretore di Genova esponendo che a causa del demansionamento sofferto, era caduto in una grave crisi depressiva che lo aveva costretto ad una pesante terapia farmacologica e che durante lo stato di malattia era stato successivamente licenziato. Il pretore condannava il datore di lavoro al risarcimento del danno biologico. Avverso tali decisioni ricorreva la parte convenuta e in sede di appello il Tribunale di Genova accoglieva la domanda di risarcimento del danno biologico, ma nella quantificazione dei danni aveva ritenuto il lavoratore affetto da sindrome pregressa ansiosa depressiva e da obesità, con conseguente danno alla salute quantificato nella misura del 50% di invalidità, di cui il 25% attribuito a causa lavorativa ed in particolare all’intimato licenziamento. Avverso tale sentenza ricorreva il lavoratore deducendo la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2043, 2055, 1227 c.c. nonché degli artt.40 e 41 c.p. in ordine, all’incidenza sull’ammontare del danno risarcibile del concorso tra causa umana e causa naturale. Il Supremo Collegio ha accolto il ricorso ed ha precisato che  In materia di rapporto di causalità nella responsabilità extracontrattuale, in base ai principi di cui agli artt. 40 e 41 c. p., qualora le condizioni ambientali e i fattori naturali che caratterizzano la realtà fisica su cui incide il comportamento imputabile dell’uomo siano sufficienti a determinare l’evento di danno indipendentemente dal comportamento medesimo, l’autore dell’azione o della omissione resta sollevato, per intero, da ogni responsabilità dell’evento, non avendo posto in essere alcun antecedente dotato in concreto di efficienza causale; qualora, invece, quelle condizioni non possano dar luogo, senza l’apporto umano, all’evento di danno, l’autore del comportamento imputabile è responsabile per intero di tutte le conseguenze da esso scaturenti.In altri termini solo nel caso in cui sia stata accertata l’effettiva operatività del nesso causale tra comportamento imputabile del danneggiante e pregiudizio arrecato rimane esclusa ogni possibilità di graduare in termini percentuali con riferimento alla concausa naturale tra la responsabilità dell’autore della condotta colposa, essendo quest’ultimo responsabile per l’intero dei danni cagionati. Nessuna certezza può permanere sull’applicabilità dei suddetti principi in materia giuslavoristica (Cass., 9.4.2003, n. 5539, in RGI, 2003, I, pag. 1324).        Il pronunciato sopra richiamato assume notevole significato nell’esame delle cause rilevanti nella causazione del danno biologico da mobbing. Nel caso sopra esposto la Suprema corte, sebbene riconosca una predisposizione organica e/o infermità pregresse del lavoratore, chiaramente afferma che queste sono cause naturali che non possono concorrere nella determinazione dei danni, che invece sono posti nella loro totalità a carico dell’autore della condotta imputabile, laddove venga accertato il nesso causale tra condotta umana ed evento dannoso alla stregua dei principi generali previsti dall’ordinamento.I casi di mobbing possono, dunque, essere denunciati all’Inail come malattie professionali non tabellate per cui spetta al lavoratore l’onere della prova dell’origine professionale, concetto questo ribadito dall’art. 10 del d.lg. 38/2000. La prova tuttavia non sempre è facile, in quanto ogni forma di provocazione o di aggressione deve essere dimostrata e spesso la difficoltà consiste proprio nel disporre di prove flagranti, considerando anche che non sono frequenti, in tali casi, le manifestazioni di solidarietà da parte dei compagni di lavoro. Si tratta, dunque, per il lavoratore di raccogliere documentazioni relative ad eventuali provvedimenti: lettere di richiamo, spostamento di ufficio, ecc. Va rilevato peraltro come, il mobbing sia stato riconosciuto come “causa di servizio”: infatti nel pubblico impiego, dove il fenomeno mobbing si attesta sul 30%, la predisposizione organica a contrarre una determinata malattia o la sua preesistenza all’assunzione in servizio non costituiscono di per sé preclusione al riconoscimento della dipendenza da causa, o per meglio dire, concausa di servizio, né quindi del diritto all’equo indennizzo, dovendosi considerare se l’attività svolta abbia facilitato o accelerato l’insorgenza della malattia o ne abbia aggravato o accelerato il decorso, contribuendo all’insorgenza di esiti più gravi. Inoltre, secondo la dottrina costante, il dies a quo semestrale decorre dal momento in cui il dipendente abbia avuto piena consapevolezza della dipendenza della patologia da causa di servizio. Si può affermare che la tempestività della domanda di riconoscimento della dipendenza da causa di servizio decorre non entro i sei mesi dal momento in cui si è manifestata l’infermità ma entro i sei mesi in cui si sono conclamati gli esiti dannosi stabilizzati dell’infermità. Occorre dunque che la domanda di riconoscimento e la relativa certificazione medica e specialistica siano finalizzate al quadro menomativo  a carattere permanente. Nella valutazione del danno si farà ricorso alle tabelle di legge per le patologie di tipo psichiatrico, in particolare la categoria lesioni del sistema nervoso centrale con conseguenze gravi e permanenti di grado tale da apportare profondi ed irreparabili perturbamenti alle funzioni più necessarie alla vita organica e sociale o da determinare incapacità a lavoro proficuo.


* Dottore in giurisprudenza.

Data di pubblicazione: 17 dicembre 2008.


  
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