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DANIELA DAVI' - Il danno esistenziale come nuova categoria della repsonsabilità civile
IL DANNO ESISTENZIALE COME NUOVA CATEGORIA DELLA RESPONSABILITA’ CIVILE.  


Daniela Davì*


Sommario: 1. La rilevanza giuridica del danno esistenziale e l’inquadramento dogmatico della figura. – 2. Il danno esistenziale prodotto dalla lesione dei beni patrimoniali aventi un valore affettivo – 3. L’ingresso della nuova figura nell’ordinamento giuridico. – 4. Il danno esistenziale in rapporto con le altre voci risarcitorie e in particolare con l’art. 2059 c.c. Presupposti oggettivi e soggettivi di imputazione del danno . –5. Il danno ambientale come species di danno esistenziale. – 6. Il pregiudizio esistenziale per gli enti collettivi .–7. Il danno esistenziale all’interno del nucleo familiare. In particolare la famiglia di fatto –7.1 La famiglia in senso stretto. – 8 Configurabilità di un danno esistenziale per il nascituro. – 9. Il danno esistenziale nel contesto dell’attività lavorativa. –10. I diritti della personalità e in particolare: danno all’onore e alla reputazione come fattispecie applicative di danno esistenziale. – 11. La diffamazione via Internet: ripercussioni nella sfera esistenziale della persona . –12. Il pregiudizio esistenziale nascente da attività giudiziaria . –13. Il danno esistenziale da inadempimento contrattuale. – 14. La responsabilità della P.A. in ordine alla produzione di un danno esistenziale. . – 15. L’incidenza delle pronunce della Cassazione 8827 e 8828 del 2003 nel dibattito sui confini del danno esistenziale. – 15.1. Le novità giurisprudenziali sul danno esistenziale. – 15.2. Segue. Cassazione 6572/06. – 15.3. Il definitivo riconoscimento dell’autonomia del danno esistenziale?      Cassazione 13546/2006. – 15.4. Le reazioni della dottrina. –16. Problematiche probatorie e quantificatorie. 

1. Da qualche anno la prassi dei Tribunali ha fatto emergere una nuova figura giuridica che già da tempo la dottrina reclamava. Il dato di rilievo è consistito proprio nel fatto di recepire, in sede giudiziale, le istanze avanzate da coloro che avessero subito un pregiudizio afferente alla sfera esistenziale avente natura non patrimoniale.

Si tratta, dunque, di una tipologia di danno che, così come era avvenuto per la voce relativa al danno biologico, ha ricevuto la sua consacrazione in via giurisprudenziale, prescindendo da preesistenti qualificazioni normative.

La trattazione della questione deve necessariamente prendere le mosse da un discorso di stampo psicologico prima che giuridico poiché l’aspetto psicologico rappresenta un  prius indefettibile per la più ampia comprensione di tale figura giuridica e dell’istituto della responsabilità aquiliana.

Il pregiudizio in questione va infatti ad investire un ambito delicatissimo che è quello della personalità dell’individuo, inteso nella sua essenza, quale portatore di un complesso di valori intangibili ed irrinunciabili.Questa concezione aperta e dinamica dell’individuo è in verità già stata prefigurata dalla Carta Costituzionale (artt. 2 e 3 Cost.) che fa della salvaguardia dei valori intrinseci un obiettivo primario dell’ordinamento. Ma oggi c’è qualcosa in più rispetto all’impostazione giuridica tradizionale che giustifica la nascita e il riconoscimento di tale fattispecie di danno.

Ci si trova, infatti, di fronte ad una diffusa tendenza alla valorizzazione del soggetto che viene visto come essere volto a perseguire un ampio progetto di realizzazione personale avente carattere globale che trascende e talora, prescinde dalla mera capacità reddituale e che si proietta verso forme di crescita innovative, individuali e sociali.

Un progetto che non si esaurisce, pertanto, nello svolgimento di un ruolo meramente economico, ma che si sostanzia nella possibilità di esprimersi a tutti i livelli. L’interprete che si accinga ad analizzare tale tematica dovrà, allora, avere riguardo essenzialmente all’aspetto pertinente lo svolgimento della personalità della vittima in tutte le forme in cui la medesima possa manifestarsi all’esterno, per verificare se, ed in quale misura, il pregiudizio subito abbia determinato una compressione o una limitazione della propria sfera psicologica e quindi, in che modo il danno si sia poi tradotto in un peggioramento notevole della propria qualità della vita complessiva tale da giustificare un ristoro economico a prescindere dalla compresenza di eventuali danni alla salute, risarcibili di per sé e a prescindere dai danni morali prodottisi, quali l’angoscia, il dolore e la sofferenza psichica che sono risarcibili nella misura in cui ricadono nell’ambito applicativo dell’art. 2059 c.c.

Si vedano al riguardo due pronunce della Consulta (Corte cost. 10.5.1999, n. 167, GU; Corte cost. 99/2000, GU ), nelle quali si specifica che il peggioramento del proprio stile di vita deve dipendere dal fatto di essere stati impediti nello svolgimento di una delle attività attraverso le quali si esplica la dimensione esistenziale dell’individuo che non può esaurirsi in una dimensione puramente interiore e idiosincratica, ma deve necessariamente coinvolgere gli aspetti dinamici della vita di un soggetto.

La nozione di danno, perciò, ricomprende qualsiasi evento che, per la sua incidenza negativa, è suscettibile di ripercuotersi in maniera consistente sul vissuto della persona. Diventa, allora, decisiva una considerazione non restrittiva degli “eventus damni”, non ancorata cioè a valutazioni tecniche basate su parametri tabellari, bensì, capace di segnalare di volta in volta tutte le possibili interferenze dannose.

Il riconoscimento del danno esistenziale si inserisce evidentemente nell’ambito di quella generale tendenza, manifestatasi nel corso degli ultimi anni, ad opera della giustizia di merito e di legittimità , verso una maggiore attenzione per i temi della solidarietà e delle relazioni sociali. Questa elaborazione che trova elementi di supporto nel codice civile ha costituito il fondamento dell’estensione della tutela risarcitoria verso interessi in passato privi di tutela i quali, pur essendo socialmente leciti, non ricevevano alcuna consacrazione giuridica. Si pensi, in particolare, al diritto alla salute, all’ambiente, agli interessi dei consumatori, tutti settori il cui dato di partenza non è costituito da un diritto soggettivo perfetto, ma da un interesse diffuso appartenente ad una categoria più o meno ampia di persone. Quindi, il danno esistenziale andrebbe inteso correttamente in ottica non soltanto individualistica, ma anche in un’ottica collettivistica che permetta di dare spazio anche alle istanze sociali via via emergenti. Ma se si auspica un allargamento delle situazioni riconducibili alla categoria del danno esistenziale, a tutt’oggi è presente ancora uno schema normativo che non consente un’ espansione del genere.

Infatti, a partire dagli anni novanta i giudici di merito avevano cominciato timidamente a delineare la figura del danno esistenziale (Pret. Aquila 10.5.1991; Trib. Torino 8.8.1995, Parasole c/ Beltramo; Trib. Verona 26.2.1996 Brutti c/ Lega Nord; Milano 20.10.1997 Marsale c/ Fusai ed altri; Trib. Milano 21.10.1999, Menni c/ Menni; Giud. di Pace Casamassima 10.6.1999, Scicutella c/ La Forgia). Lo strumento di tutela risarcitoria è rappresentato dalla clausola dell’art. 2043 c.c., mentre il principale referente normativo che giustifica l’applicazione della regola risarcitoria è costituito dall’art. 2 Cost., garanzia costituzionale dei diritti fondamentali della persona. Ed è proprio il richiamo all’art. 2 Cost. che, se consente di dare un assetto definitivo ed una definizione, per così dire generale, al danno esistenziale, costituisce altresì un freno per le richieste di tutela risarcitoria relative a posizioni soggettive che non assurgano a diritti inviolabili e, cioè, al di fuori di quel contenitore sufficientemente ampio che è la Carta Costituzionale.


2. Il danno esistenziale ha pur sempre come riferimento i principi costituzionale, ma ciò non toglie che si ponga come ampio contenitore capace di abbracciare anche tutta una serie di ipotesi nelle quali, ad esempio, non viene in rilievo la lesione di un bene avente diretta rilevanza costituzionale, bensì un bene avente valore esclusivamente affettivo, ma comunque strumentale alla realizzazione di altri interessi superiori.

In questo caso la distruzione o la perdita di certi beni materiali si va a ripercuotere sulla sfera esistenziale del soggetto sotto forma di pregiudizio risarcibile.

L’esempio tipico di una situazione del genere è dato dalla casa di abitazione e dai mobili di valore che la corredano. Qualora il proprietario subisca un furto di ingente valore o la rovina dell’appartamento, ne scaturiscono delle conseguenze non solo strettamente patrimoniali, ma di carattere esistenziale proprio per il grave disagio subito. Ancora, l’uccisione del cane per una persona cieca, la distruzione della carrozzina per un portatore di handicap, il furto della tesi di laurea per uno studente sono ipotesi di lesioni di beni patrimoniali funzionali all’esplicazione di attività necessarie alla realizzazione della persona (Cass. 28.11.1995, n. 12299, DEA, 1996, 641). Ecco la ratio per cui si riconosce la sussistenza di un danno esistenziale proprio per la natura personalissima di certi beni che sono strumentali alla crescita e alle esigenze di vita.


3. Il lento cammino che ha condotto all’espansione del danno risarcibile ha avuto la sua tappa fondamentale nell’attribuzione di tutela giuridica al danno biologico. Con la pronuncia della Corte Costituzionale 184/1986 si è avviato il superamento dell’angusta dicotomia danno patrimoniale e non patrimoniale perché si è cominciato a prescindere dal concetto di capacità reddituale del soggetto, ai fini della risarcibilità, e si è ancorato per la prima volta il ristoro dei danni al solo evento di lesione.

In seguito a questa importante evoluzione, e in un contesto ormai maturo, si inserisce la pronuncia della Corte di Cassazione che ha sancito la nascita del danno esistenziale.

La sentenza 7713/2000 scaturisce dal ricorso promosso da un uomo che, condannato a corrispondere al figlio naturale l’assegno di mantenimento e, resosi inadempiente a tale obbligo, era stato prosciolto in sede penale dall’imputazione di violazione degli obblighi di assistenza familiare ex art. 570 cpv., c.p.

L’uomo escludeva la situazione del bisogno del figlio poiché al suo mantenimento aveva, nel frattempo, provveduto al madre naturale.

La Corte di Appello di Venezia, accogliendo la domanda del ragazzo condannava il padre al mantenimento dei danni subiti dal figlio “sia sotto il profilo affettivo che economico”, a causa del comportamento “intenzionalmente e pervicacemente defatigatorio del padre naturale”.

La conclusione della Corte di Cassazione è stata, anch’essa, nel senso che il comportamento omissivo e negligente del padre naturale concretizzasse “una lesione in sé” dei diritti del minorenne, cioè inerenti alla qualità di figlio e minore. Il Collegio di legittimità, confermando quanto statuito dal giudice di secondo grado, ha sancito che il pregiudizio, indipendentemente dal profilo economico, doveva ritenersi verificato ancorché al sostentamento del minore avesse provveduto negli anni l’altro genitore.

Ad essere lesi sono stati i diritti impliciti nella condizione giuridica di “figlio e di minore”, il cui rispetto da parte dei genitori è il presupposto fondamentale per la sana ed equilibrata crescita dello stesso, oltre che condizione per un suo inserimento non problematico nel tessuto sociale.

Dall’iter argomentativo dei giudice della Suprema Corte, si può trarre un passo molto interessante, a sostegno della decisione, laddove si dice che:

A prescindere dalla considerazione che il pagamento,pacificamente effettuato a molti anni di distanza dalla nascita del figlio, pur comprensivo di tutti gli arretrati dovuti a titolo di mantenimento secondo le prescrizioni del giudice civile, non esclude residuali profili di danni patrimoniali (conseguenti proprio al ritardo colpevole), resta assorbente il rilievo che ciò  che soprattutto la Corte Veneziana ha inteso risarcire è la lesione in sé derivata dal comportamento del ricorrente di iniziale ed ostinato rifiuto a corrispondere i mezzi al figlio.“ La lesione dei diritti collocati al vertice della gerarchia dei valori costituzionalmente garantiti va incontro alla sanzione risarcitoria per il fatto in sé della lesione (danno evento) indipendentemente dalle eventuali ricadute patrimoniali che la stessa possa comportare (danno conseguenza)”.L’art. 2043 c.c., correlato agli articoli 2 e seguenti della Costituzione, va così necessariamente esteso fino a ricomprendere il risarcimento non solo dei danni in senso stretto patrimoniali, ma di tutti i danni che almeno potenzialmente ostacolano le attività realizzatrici della persona umana (Cass. 7713/2000).Il riconoscimento del danno esistenziale, nel caso de quo, va ad abbracciare il tema della solidarietà familiare che è più volte venuta in rilievo attraverso autorevoli richiami all’esercizio di quel fondamentale potere – dovere che è la potestà genitoriale.
La decisione in commento costituisce il punto di arrivo di un lungo iter giurisprudenziale che aveva tentato di risolvere i problemi derivanti dalla compressione della sfera non reddituale dell’individuo, sfera di non facile collocazione sistematica, trattandosi di una zona grigia in cui confluisce una casistica quanto mai variegata ed eterogenea. 

4. Nonostante gli iniziali tentativi di ancorare il risarcimento del danno esistenziale a criteri di patrimonialità, si veda al riguardo al sentenza del Tribunale di Roma (Trib. di Roma 9.9.1988, NGCC, 1989, 562), siamo ormai in presenza di una giurisprudenza che cerca di sfondare definitivamente le barriere dell’art. 2059 c.c. per il risarcimento del danno non patrimoniale e di estendere l’area del danno non patrimoniale risarcibile al di fuori dello schema restrittivo previsto dalla norma codicistica.
Nella sentenza sopra riportata, invece, il giudice ordinario, riconosciuta l’ipotesi di un danno esistenziale verso il coniuge, vittima di adulterio reiterato nel tempo, aveva stabilito, in sede di condanna contro il terzo complice di adulterio, che:“ le conclusioni raggiunte in tema di lesione di credito possono essere trasferite nel campo degli obblighi derivanti dal matrimonio, con particolare riguardo agli obblighi di fedeltà”.Con questa pronuncia si confermava il carattere patrimoniale del danno subito, ma si tratta ormai di un’ ipotesi abbastanza isolata rispetto alla quale le tendenze sembrano, oggi, capovolgersi. E’ possibile, in definitiva, concepire una nuova ipotesi di danno non patrimoniale? Il nodo gordiano della questione riguarda proprio l’interpretazione del disposto normativo dell’art. 2059 c.c. che contiene una clausola limitativa del risarcimento del danno non patrimoniale “ai soli casi previsti dalla legge”, ovvero, in ultima analisi, alla ricorrenza di fattispecie penalmente rilevanti.
La Corte costituzionale (ord. 22.7.1996) ha chiarito in primo luogo che per danno patrimoniale deve intendersi ogni danno non suscettibile di diretta valutazione economica, che si manifesti in una sofferenza o patema d’animo, cioè, in qualcosa di puramente interiore, quale realtà destinata a coinvolgere esclusivamente la sfera dell’essere  (sensazioni, disagi, turbamenti).
La differenza tra le due figure appare evidente: il danno morale, stricto  sensu inteso, non appare assistito da alcuna garanzia costituzionale, ma il suo riconoscimento è subordinato al positivo riscontro di un fatto criminoso, laddove il danno alla sfera esistenziale come il danno alla salute verrebbero risarciti ex art. 2043 c.c. anche in assenza di un fatto di reato, perché riconducibili al fondamento costituzionale dell’art. 2 Cost. A questo punto, appare necessario fissare le regole che consentano la sottrazione del danno esistenziale all’art. 2059 c.c. e giustificano la restrizione dell’ambito applicativo della norma ai soli danni morali.
Il criterio discretivo si fonda su due aspetti essenziali: l’elemento oggettivo e soggettivo del fatto. Per ciò che pertiene al primo aspetto, è necessario distinguere i comportamenti materiali che darebbero origine rispettivamente alla lesione degli interessi giuridicamente rilevanti, ma non aventi anche valenza costituzionale, dai comportamenti che produrrebbero la lesione di interessi solo costituzionalmente protetti poiché, in un caso, verrebbe in risalto sempre un fatto criminoso, astrattamente punibile, nell’altro caso, un qualunque fatto anche non penalmente rilevante.Per ciò che pertiene al secondo aspetto, invece, il dato di spicco è dato dal diverso atteggiarsi dell’elemento psicologico.
La responsabilità per il danno non patrimoniale è correlata al contenuto previsto dalla fattispecie penale; se perciò quest’ultima risulta legata alla sussistenza del dolo dell’agente, il ristoro dei risvolti non patrimoniali dell’illecito risulterà subordinato all’accertamento di tale presupposto (Trib. Maria Capua Vetere 2.2.1989, FI, 1990, 3315).  La giurisprudenza esclude il ristoro del danno morale quando la responsabilità del soggetto sia stata affermata in forza di criteri presuntivi o di imputazione solo oggettiva anche se con riferimento ai ridotti spazi che tale responsabilità occupa nel diritto penale. (artt. 584, 586 c.p.), oppure sia stata esclusa per la ricorrenza delle cause scriminanti la fattispecie criminosa che escludono la punibilità dell’agente (artt. 50, 51, 52, 53, 54 c.p.) o per la presenza di intervenuti fattori estintivi del reato (artt. 150, 151, 152, 153, 157, 162, 162 bis, 167 c.p.), o infine per l’assenza delle cause di imputabilità (art. 85 c.p.). (V. anche Cass. 25.9.1998, n. 9598, MGC, 1998; Cass. 29.11.1994, n. 10201, RGC, 1995; Cass. 21.4.1998, n. 4030, MGC, 1998, 842; Cass. 11.3.1998, 2674, MGC, 1998; Cass. 28.10.1997, 10575, MGC; Cass. 14.3.1995, 2932, RGI, 1995; Cass. 29.8.1987, n. 7121, RGC, 1987; Cass. 3.12.1993, n. 11999, MGC, 1993, 1715; Trib. Roma 17.3.1998, FI, 1998, 3660).
Quindi, ai fini del risarcimento del danno morale si richiede sempre la ricorrenza dell’elemento psicologico del dolo o della colpa e la sussistenza di tutti gli altri requisiti materiali integranti il reato.
Sulla base di tali asserzioni particolarmente significative, si può cogliere l’essenza del danno esistenziale, il quale, appunto, è riuscito ad aprirsi una breccia nelle aule giudiziarie in quanto lo si sia sganciato dai requisiti oggettivi e soggettivi del danno morale.Ciò non significa che i medesimi requisiti non possano ricorrere, ma significa che in alcune ipotesi in cui vi sia stata la lesione di interessi costituzionalmente garantiti si possa attribuire la responsabilità anche sulla base dei criteri di imputazione “oggettiva” o meglio sulla base di una “colpa presunta”.
Un esempio applicativo può essere dato dalla responsabilità per l’utilizzo di prodotti difettosi, tutte le volte in cui la circolazione e l’utilizzo di certi beni sia idonea a causare un danno per le modalità strutturali intrinseche del prodotto o per le modalità con cui viene utilizzato lo stesso bene.In tal caso, il danno che ne consegue si ripercuote in via immediata non solo sulla salute, ma anche sul benessere complessivo dei soggetti fruitori, id est, dei consumatori in genere. La tematica è molto più vasta del caso di specie perché concerne tutte le ipotesi in cui i danni oltrepassano il profilo della salute, intesa in senso individualistico, per toccare il profilo ambientale ed esistenziale.
In relazione a ciò, pare opportuno segnalare alcune sentenze dei tribunali di merito che hanno introdotto alcuni concetti interessanti in materia.In particolare, si segnala la sentenza del 6.12.2001, n. 2644, della Corte di appello di Milano che, su istanza dell’Associazione “Missione Rumore”, associazione per la difesa dei consumatori che da tempo si occupa dei problemi collegati ai disturbi recati dal “fracasso”, ha sancito la qualificazione del danno da rumore come ipotesi di danno esistenziale. La fattispecie dalla quale ha preso le mosse l’intera vicenda riguardava una piccola azienda meccanica in cui il titolare si era rifiutato, persino, di adempiere ad una ordinanza del sindaco che imponeva di limitare i rumori al normale orario di lavoro, quindi, di abbassare il livello di sonorità, circoscrivendolo alle ore del mattino.
I cittadini della zona limitrofa l’azienda si erano rivolti al Tribunale di Milano che, con sentenza depositata il 21.10.1999, ha rilevato che la rumorosità era superiore di tre decibel al rumore di fondo rilevato dal Consulente tecnico d’ Ufficio e, pertanto, ha imposto al titolare di spostare l’azienda e di adottare tutte le precauzioni antirumore.

Con la stessa pronuncia il Giudice unico di Milano liquidava il danno che i vicini lamentavano, qualificandolo come danno esistenziale determinato dall’alterazione delle normali attività dell’individuo quali: il relax, il riposo e l’attività lavorativa domiciliare.                                  

Il titolare dell’azienda ricorreva in appello sostenendo che gli attori in primo grado non avessero, tra l’altro, prodotto alcuna prova sufficientemente congrua dei presunti “squilibri psicofisici” subiti a causa del rumore.

La Corte di Appello di Milano ha respinto il ricorso evidenziando che non occorreva alcuna prova specifica dei disturbi subiti, in quanto: <<l’inquinamento acustico intollerabile comporta, di per sé, un danno esistenziale che, anche se non comporta l’insorgere di una malattia, tuttavia causa un’ alterazione del benessere psicofisico e del normale ritmo di vita provocando uno stato di malessere diffuso. Quindi, il risarcimento del danno compete a chiunque subisca un turbamento della psiche che ostacola l’esplicazione delle funzioni naturali afferenti al soggetto nell’ambiente in cui vive: domestico, di lavoro e ricreativo>>.

 Altra ipotesi nota da annoverare è quella relativa al disastro di Severo (sent. Trib. Milano 11.7.1991), per i danni patiti dagli abitanti delle zone limitrofe a causa del disastro. 

5. Quando si parla di danno ambientale ci si può riferire ad una vasta gamma di fattispecie causative di pregiudizi; queste si riconducono alla violazione delle regole che presiedono l’ordinato assetto urbanistico, dove allora vengono in rilievo le colpe dei costruttori spregiudicati, la disapplicazione dei regolamenti edilizi, l’inottemperanza alle inibitorie adottate in via urgente dai giudici per sospendere la realizzazione di costruzioni pericolose. Ed ancora le discariche non autorizzate, il disboscamento selvaggio, ecc.
Da un’attenta disamina del sistema normativo si evince chiaramente come questo sia articolato, complesso e farraginoso.
La ragione risiede essenzialmente nella contestuale presenza di molteplici provvedimenti normativi non idonei a disciplinare in modo uniforme ed omogeneo la materia. Il continuo susseguirsi di norme, spesso divergenti, e poco chiare all’interprete, non solo non aiuta, in sede giudiziaria, a fissare sanzioni certe e rigorose, ma soprattutto costituisce un pericoloso incentivo alla proliferazione degli illeciti.
A fronte di una norma di base quale l’art. 18 della legge istitutiva del Ministero dell’ambiente, n. 349/1986, sussistono anche il decreto Ronchi (d.lg. 22/1997) e l’art. 58 del d.lg. 152/1999 che prevedono tre ipotesi distinte di responsabilità civile, le quali, operando in settori differenti ma strettamente connessi, si intersecano reciprocamente, prospettando un quadro normativo di difficile interpretazione ed applicazione.A ciò si aggiungono le decisioni giurisprudenziali che, d’altra parte, tentano di configurare un armonico sistema di responsabilità civile coordinando le disposizioni di cui all’art. 18 della l. 349/1986 con previsione generale di cui all’art. 2043 c.c. Ma come si definisce il danno ambientale? E’ possibile una sua qualificazione in termini di danno esistenziale? Bisogna partire dall’analisi del concetto di “ bene ambientale” per capire se sia possibile configurare l’ipotesi astratta di danno esistenziale in relazione a tale bene.
Ci si è resi conto, analizzando i più rilevanti ed approfonditi interventi dottrinari (Alpa e Bigliazzi Geri, 1999) e giurisprudenziali, delle difficoltà di inquadrare tale tipo di bene nella categoria dei beni giuridici, così come tradizionalmente concepita. Si parla piuttosto di configurazione “sui generis” di tale bene, che inevitabilmente si riflette sull’istituto della responsabilità aquiliana, soprattutto per ciò che riguarda la possibilità di individuare degli strumenti adeguati di tutela.
Una dottrina (Pozzo 1996) ha prospettato una sorta di “interpretazione evolutiva” dell’art. 9 Cost., del diritto di proprietà e del diritto alla salute, ma l’autore sottolinea che: l’obiezione fondamentale riscontrata in proposito è che tale tipo di tutela è sempre mediata e riflessa e che soffre dei limiti inerenti alla responsabilità aquiliana, precipuamente strutturata per risarcire il danno immediatamente e direttamente scaturente dalla lesione di beni di cui il singolo è esclusivo titolare. La lesione del bene ambiente, al contrario, solo eventualmente e successivamente potrà determinare un danno alla salute del singolo, nonché delle generazioni future, mentre, immediatamente, produce un danno all’ambiente naturale, bene essenzialmente “adespota, il cui diritto alla tutela e alla conservazione dello stesso si fonda sul soddisfacimento di un interesse, individuale, ma allo stesso tempo collettivo, che è sostanzialmente diverso dall’interesse insito nel diritto alla salute di cui all’art. 32 Cost. (Pozzo 1996). Quindi la mancanza di una piena ed effettiva titolarità del “ bene ambiente “ da parte del singolo soggetto si spiega proprio per la natura pubblica del bene – ambiente a cui si collega un danno parimenti pubblico. La disposizione dell’art. 18 recepisce il modello di illecito pubblico costruito su misura dalla giurisprudenza della Corte dei Conti, ma priva quest’ultima di quella giurisdizione in materia, affidandola al giudice ordinario (art. 18, 2° co). La disciplina dell’art. 18, anche con riferimento al requisito soggettivo, non è però assorbente ed esclusiva: ciò significa che è possibile anche attenuare, in quest’ambito, il principio di responsabilità per colpa a favore del criterio “oggettivo temperato” che garantisca una più adeguata e rapida tutela senza esautorare, però, la valenza e lo spirito della norma di legge e della norma cardine sulla responsabilità civile che impongono sempre la ricorrenza del dolo o della colpa per l’imputazione di un illecito. Si può citare una pronuncia della Cass. (1.9.1995, n. 9211, FI, 1996) sulla responsabilità dei produttori di rifiuti industriali nella quale si chiarisce che:il soggetto produttore di rifiuti tossici è comunque sottoposto alla responsabilità prevista dalle norme 2050 e 2043 c.c. e, non può esimersi da essa sostenendo di aver affidato a terzi lo stoccaggio e lo smaltimento dei rifiuti stessi, la “colpa è in re ipsa”, e si prescinde da un accurato accertamento della stessa, in quanto tutti i soggetti coinvolti nel ciclo di produzione e smaltimento dei rifiuti tossici e, in particolare, il produttore, sono responsabili e solidamente tenuti ad adottare le idonee misure precauzionali, affinché lo sversamento definitivo e lo stoccaggio dei rifiuti avvenga senza danno ai terzi. Nella prova del danno ambientale si deve distinguere tra danno ai singoli beni o posizioni soggettive individuali, tutelati secondo le regole ordinarie e danno “all’ambiente” considerato in senso unitario, in cui il profilo sanzionatorio nei confronti del fatto lesivo del bene ambiente comporta un accertamento che non è quello del mero pregiudizio patrimoniale, bensì della “lesione in sé” del bene ambientale, determinando una conseguente automatica responsabilità ( Cass. 1.9.1995 n. 9211, FI, 1996). Nella sentenza in commento, la Cassazione sottolinea il profilo pubblicistico del danno all’ambiente che supera e trascende i singoli beni che ne fanno parte. Come sostiene una dottrina (Alpa 1996): “ il danno non colpisce i beni privati o pubblici, ma incide su posizioni collettive e pertanto costituisce una lesione di natura pubblica”.
Ciò implica, come rilevato dalla Corte costituzionale, che nell’indagine sulla sussistenza del danno ambientale non è possibile riferirsi esclusivamente ai parametri utilizzati per i beni patrimoniali, che pur dell’ambiente fanno parte, ma occorre soprattutto avere riguardo alla produzione dell’evento e cioè alla lesione in sé del “bene ambiente” capace di riflettersi in modo negativo sulla vita delle persone (Corte cost., sent. 30.12.1987, n. 641, FI, 1988). Si è detto, appunto, che la tematica del danno ambiente incide sul diritto alla salute dei singoli solo in via successiva, di “riflesso” o ”di rimbalzo” poiché il danno primario è causato dall’ambiente, quale realtà priva di consistenza materiale ed espressiva di un autonomo “valore complessivo” (Cass. 9.4.1992, n. 4362, NGCC, 1996) di cui la collettività è titolare.La distruzione, l’alterazione o il deterioramento, in tutto o in parte dell’ambiente determina un malessere soprattutto sociale che legittima l’intervento in sede giudiziaria degli Enti esponenziali o delle Associazioni di categoria, a protezione di quest’ampia sfera di “interessi diffusi”.   La legittimatio ad causam, invece, di norma non spetta al singolo, ma allo Stato o all’Ente territoriale minore e tale legittimazione attiva trova fondamento nella funzione di pubblica tutela della collettività e degli interessi generali da parte degli Enti Territoriali. Ciononostante la Corte costituzionale (Corte cost. 30.12.1987, n. 641, FI, 1988), ha specificato che anche i singoli possono agire per chiedere il risarcimento dei danni da “degrado ambientale” “subiti come proprietari, titolari di diritti di godimento, titolari di usi civici e del diritto alla salute”. E’, infatti, la stessa Corte a ribadire che resta ferma la tutela del cittadino che abbia subito un danno, causato dalla rovina dell’ambiente circostante la sua abitazione, e che tale danno può consistere anche nel maggiore disagio o nel malessere che il medesimo debba sopportare nel vedere un paesaggio deturpato indipendentemente dai risvolti negativi sul suo stato di salute; tale sarebbe per l’appunto la fattispecie del danno esistenziale il cui ammontare è determinato dal giudice in via equitativa sulla base della “gravità della colpa individuale e del profitto conseguito dal trasgressore” quando non sia più possibile il ripristino dello stato dei luoghi a spese del responsabile. 


6. Un ulteriore nodo da sciogliere riguarda la prospettabilità del danno esistenziale per gli Enti, si tratta di verificare se sia configurabile un danno siffatto, anche in considerazione del fatto che per gli stessi non si prospetta un danno morale suscettibile di risarcimento.
Si può, in sostanza, ammettere un tipo di danno esistenziale, di natura analoga al danno morale per ciò che concerne il suo profilo non patrimoniale, avente, però, una sua specificità ? La risposta passa, anche, in tal caso, attraverso la valutazione dell’ “ubi consistam” del danno esistenziale che si qualifica, per l’appunto, come compromissione grave della sfera di esplicazione delle attività realizzatrici della persona. Questa idea di danno non si esclude che possa ravvisarsi, ovvero, verificarsi, anche in capo a soggetti collettivi, diversi dalle persone fisiche.    Il discorso si riferisce essenzialmente alle associazioni senza scopo di lucro che svolgano attività aventi risvolti non patrimoniali. Le attività non reddituali possono essere condizionate o compromesse da comportamenti illeciti altrui. Per chiarire il concetto, si riporta una ordinanza del Tribunale di Roma (26.04.1991, NGCC, 1992, I, 143), che fa riferimento al comportamento illecito commesso a danno di un partito politico attraverso l’utilizzo improprio del simbolo e del nome dell’ex Partito Comunista Italiano, in conseguenza del quale si è avuta una consistente perdita di voti e di adesioni al partito da parte degli adepti. Un’ altra pronuncia della Corte di legittimità enuncia quanto segue:  il danno è caratterizzato dai riflessi negativi prodottisi sull’attività del partito politico, per le serie di difficoltà incontrate nel recuperare il consenso perduto e per riallargare il proprio raggio di azione e di propaganda. Trattasi, a ben vedere, proprio di un danno di tipo esistenziale che appare meritevole di protezione da parte dell’ordinamento (Cass. 7642/1991, GC, 1991, I, 19). 

7. Si ritiene opportuno, in via preliminare, considerare, ai nostri fini, la famiglia nella sua più ampia accezione, quale società fondata sul matrimonio ai sensi dell’art. 29 Cost. e quindi quale formazione sociale entro cui si esplica a tutti i livelli la personalità di ciascun componente, ma anche quale formazione sociale fondata sulla convivenza more uxorio, all’interno della quale sussista tra i partner un insieme reciproco di doveri e aspettative connessi, appunto, al principio solidaristico dell’art. 2 Cost.
Il secondo nucleo sociale enunciato è, tuttora, oggetto di attenzione da parte della dottrina e della giurisprudenza di merito per ciò che concerne il riconoscimento di una sua piena tutela. Dopo una lunga evoluzione la giurisprudenza configura ormai l’obbligo di mantenimento come un’obbligazione naturale ex art. 2034 c.c., in base all’indubbia rilevanza di carattere morale e sociale che riveste oggi la convivenza. Da ciò ne consegue che l’uccisione o il ferimento del convivente darebbe sempre diritto al risarcimento del danno morale ai sensi del disposto normativo dell’art. 2059 c.c. (Corte cost. 372/1994), mentre per quello patrimoniale il convivente superstite deve dare la prova della stabilità della contribuzione ricevuta in vita dal partner. Quindi, alla luce di quelle che sono state le tendenze evolutive della giurisprudenza  a partire dagli anni ’80 in materia di tutela aquiliana del credito, essendosi talora riconosciuta tutela risarcitoria al convivente superstite in caso di morte del partner  per fatto illecito altrui, si potrebbe, mediante una interpretazione sempre evolutiva del diritto, ampliare l’area dei diritti risarcibili a suo favore includendovi anche la sfera esistenziale, quando questa ultima sia stata pregiudicata dal comportamento illecito di un terzo. Si potrebbe ravvisare un pregiudizio esistenziale proprio nella diminuita capacità di relazionarsi e di autodeterminarsi per il convivente superstite e di effettuare quelle scelte di vita che implicherebbero la partecipazione anche emotiva dell’altro partner. 

7.1. Discorso a parte merita la famiglia in senso stretto. Asserita la rilevanza costituzionale dei diritti in capo ai vari componenti del nucleo parentale, la giurisprudenza di legittimità ritiene di poter configurare diverse fattispecie di danno esistenziale. Innanzitutto, il fatto illecito del terzo a danno di un congiunto, ad esempio la morte o le lesioni procurate ad un familiare, che determinano in via diretta ed immediata la violazione dei diritti “correlati “ degli altri congiunti, e costituiscono quel danno ingiusto risarcibile iure proprio, in forza del principio generale del “neminem laedere”, di cui all’art. 2043 c.c., che, come clausola in bianco, è idonea ad essere integrata progressivamente con le situazioni giuridiche facenti capo ai congiunti.
Si pensi ad esempio alla sentenza della Corte di Cassazione (2.2.2001, n. 1516, GCO, 2001), al danno subito dalla moglie della vittima di un incidente stradale, consistente nella necessaria rinuncia alla propria attività lavorativa per dedicarsi al marito rimasto invalido. Non si parla in questo caso di danno riflesso rispetto alla vittima primaria, avente diritto al risarcimento del danno biologico semprechè la morte non sia stata immediata, ma ci si trova di fronte ad un nuovo danno diretto, di natura consequenziale, per la vittima secondaria, che subisce un’ingiusta menomazione della propria sfera patrimoniale ed esistenziale.Il dictum della Cassazione si sofferma proprio sulla rilevanza dei danni risarcibili, statuendo che: <<apparirebbe fuorviante parlare, nel caso di specie, di danno “riflesso” o di “rimbalzo”, proprio perché lo stretto congiunto, convivente e/o solidale, per la doverosa assistenza alla vittima primaria, riceve un danno di varia natura: patrimoniale sicuramente per la perdita della capacità di guadagno, biologico se e nella misura in cui si ravvisi un pregiudizio psicofisico, morale ed esistenziale quando la vittima prospetti un notevole e grave peggioramento della propria qualità della vita, soprattutto, per ciò che afferisce agli aspetti dinamici della stessa (Cass. 2.2.2001, n. 1516, GCO, 2001)>>. In aggiunta si segnalano delle sentenze: Cass. 4852/1999; Trib. Verona 31.10.1994, n. 2532, FI, 1994 – I ; Trib. Milano 13.5.1982; Cass. sez. III, 11.11.1986, n. 6607.Ancora si segnala l’ipotesi in cui il terzo abbia prodotto ad uno dei coniugi l’impossibilità ad avere normali sessuali a causa di un malriuscito intervento chirurgico e/o terapeutico, ledendo contemporaneamente l’eguale e reciproco diritto dell’altro coniuge.
L’impossibilità a svolgere la propria vita amorosa lede la persona in un suo valore fondamentale.
Ma il caso tipico di ricorrenza della fattispecie del danno esistenziale è senz’altro collegato all’ipotesi delle c.d. “malformazioni fetali” non correttamente diagnosticate dal medico curante  e che abbiano impedito alla madre di ricorrere, volontariamente, all’interruzione della gravidanza.Anche in questo ambito sussiste una vasta casistica giudiziaria che offre un panorama convincente sulle conseguenze derivanti dalla nascita di un figlio malato. Infatti, la persona nata con gravi handicap ha diritto al risarcimento del danno causato dalla condotta colposa del medico, ma a fortiori anche i genitori che subiscano una nascita del genere subiscono dei danni sotto molteplici aspetti.La sentenza del Tribunale penale di Locri, sezione distaccata di Sidereo del 6.10.2000, ha così statuito: Sussiste in capo ai genitori un danno esistenziale sia puro che biologico esistenziale in conseguenza delle limitazioni subite nelle attività realizzatrici della persona, ed in particolare del peggioramento del modo di vivere che si riflette sulle relazioni interpersonali e sull’interazione con i terzi (paura di essere giudicata, difficoltà ad intrattenere conversazioni, concernenti la malattia del figlio). E’ provato altresì che il danno esistenziale puro (sub specie della categoria del danno alla vita di relazione, per la parte non riconducibile ad aspetti medico – legali), le necessarie e consistenti cure da apportare hanno di fatto impedito ai genitori lo svolgimento delle attività prima abitualmente svolte con un evidente danno nelle proprie sfere relazionali esterne (Trib. pen. Locri, sez. Siderno, 6.10.2000, GI, 2001, 735). 
Ad essere leso è quindi il diritto ad una piena e cosciente autodeterminazione dei soggetti.Si segnalano, pertanto, altre pronunce dalle quali si evince che, ai fini del risarcimento, non basta la nascita con gravi malformazioni, ma è necessario, che, oltre alla violazione dell’obbligo di informazione da parte dei sanitari, sussisterebbero, a quel momento, tutte le condizioni per procedere all’interruzione di gravidanza (v. anche le sentenze seguenti: Cass. 24.3.1999, n. 2793, DResp, 1999, 766; Trib. Roma 13.12.1994, DFP, 1995, 662; Trib. Bergamo 2.12.1995, DResp, 1996, 249; Trib. S. Maria Capua Vetere 8.9.1999, GM, 2000, 307; Cass. 1.12.1998, N. 12195, DResp, 1999, 522; Cass. 8.7.1994, n. 6464, CorG, 1995, 91). Certo la tematica resta delicatissima perché abbraccia la più ampia questione del diritto alla vita e in particolare del diritto a nascere sani, terreno sul quale non è facile incontrarsi, proprio per le diverse istanze ideologiche – religiose che si prospettano.In un ordinamento laico e aperto, quale è il nostro, si reputa opportuno considerare la coppia che scelga di mettere al mondo un figlio libera di determinarsi in ordine ai possibili esiti diagnostici, secondo propri criteri di coscienza e, quindi, libera di accettare o meno una gravidanza. Quindi è danno esistenziale per una coppia dover accettare un figlio gravemente malato a causa di una malformazione non diagnosticata, ma è danno esistenziale, viceversa, anche dovervi rinunciare per sempre perché un ginecologo ha sbagliato qualcosa, per gli errori di un’industria farmaceutica, per una trasfusione infetta che abbia causato la morte della madre.
Infine, viene in rilievo, sub specie di danno esistenziale, anche il pregiudizio subito dal figlio a causa della morte di entrambi i genitori per un motivo illecito altrui, poiché lo stesso verrebbe ad essere privato del suo diritto ad essere istruito, educato, e, del diritto prevalente, a vivere circondato dall’affetto dei genitori.
Trattasi di situazioni inerenti alla crescita del soggetto e allo sviluppo della propria personalità.
Da ultimo, si pensi all’ipotesi drammatica della perdita di un figlio, qui viene leso il diritto dei genitori ad esercitare la propria potestà genitoriale, quale situazione giuridica attiva tutelata dal nostro ordinamento, nell’ambito di un normale mènage familiare estrinsecantesi nell’attività di educazione anche in funzione delle loro esigenze di vita e della loro sfera esistenziale (sent. Trib. Torino 12.7.1995, RCP, 1996, 282).Va precisato, in ultima analisi, che le ipotesi sopra riportate costituiscono delle fattispecie solo esemplificative del campo di operatività del danno esistenziale in ambito familiare, giacchè si possono prospettare molteplici episodi pregiudizievoli nei quali il fatto illecito non si esaurisce solo sotto il profilo civilistico dell’art. 2043 c.c., ma presenta ben più gravi risvolti di natura penale.Viene in considerazione, ad esempio, il campo degli abusi sessuali sui minori, le violenza in famiglia per abuso di sostanze alcoliche e/o stupefacenti, le violenze sessuali in genere anche al di fuori dell’ambito familiare (Trib. penale di Agrigento 4.6.2001); il persistente disaccordo tra i genitori quando questo si traduca in un “danno alla serenità e alla crescita” del figlio, l’abbandono di persone incapaci. Si tratta, a ben vedere, di situazioni che integrano gli estremi di fattispecie penalmente rilevanti, ma a prescindere dai risvolti penalistici della vicenda, spesso ancorati alla necessaria proposizione della querela, alla ricorrenza di tutti i requisiti soggettivi di imputabilità e colpevolezza ai sensi dell’art. 85 c.p., all’assenza delle cosiddette scriminanti del reato (artt. 50 e seguenti del c.p.), restano valide le conseguenze civilistiche del fatto o dei fatti compiuti, sotto il profilo del pregiudizio esistenziale, e reiterati nel tempo a danno di una categoria ampia di persone, esemplificativamente individuabile sotto il profilo della “debolezza psicologica”. In tutte le ipotesi menzionate, il risarcimento verrebbe a reintegrare, nella misura in cui ciò sia possibile, si intende, proprio le vessazioni e i disagi profondi subiti, al fine di colmare quel vuoto affettivo e relazionale patito dalla vittima in termini di serenità, rispetto e dignità personale. 

8. Il problema si fa ancora più complesso quando si passa ad analizzare la tematica del diritto a nascere sani come situazione giuridica sostanziale, riconoscibile e tutelabile in capo al nascituro già concepito.

Si segnala una sentenza della Suprema Corte di Cassazione 2000/11625, emessa in ordine a questa problematica. I fatti traggono spunto dal ricorso presentato dinanzi alla Corte di Cassazione da un soggetto, avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano che aveva ritenuto risarcibile il danno, iure proprio, subito dal figlio della persona offesa che, alla data dell’incidente stradale, era stato già concepito, ma non era ancora nato. Argomentava la Corte di Appello che il fatto illecito dell’imputato avrebbe leso l’interesse legittimo del concepito, divenuto diritto soggettivo perfetto con la nascita, a godere della presenza, dell’assistenza e di tutte le cure paterni conseguenti. Ex adverso, il ricorrente censurava la statuizione di secondo grado, sostenendo che, nel caso di specie, non fosse individuabile alcun pregiudizio morale o esistenziale in capo a chi non era ancora nato, quindi, non era ancora in grado di soffrire e di percepire gli effetti negativi derivati dalla morte del genitore.

Si constata, già dalle prime enunciazioni di principio, come sia articolato e complesso il problema della risarcibilità di un danno esistenziale per un soggetto che versi in questa particolare condizione, prodromica alla nascita.

Il dibattito non ha trovato ancora oggi una soluzione univoca soprattutto perché si inseriscono valutazioni di natura etica difficilmente separabili da quelle di natura giuridica.

Il Collegio di legittimità nella sentenza appena menzionata n. 2000/11625 si è espresso positivamente in ordine all’ammissibilità, a favore del minore, dei danni non patrimoniali fermo restando l’onere per il giudice di accertare in modo rigoroso il momento in cui può dirsi verificato tale pregiudizio che dovrà presumibilmente coincidere con il momento in cui il minore comincerà a prendere coscienza della perdita della figura paterna e a provare il disagio esistenziale collegato ad un’assenza affettiva. Il primo caso in cui il problema del risarcimento dei danni non patrimoniali, a favore del nascituro, si è posto nella giurisprudenza italiana è quello deciso dal Tribunale di Piacenza con la sentenza 31.7.1950 (FI, 1951, I, 987) che ha ammesso la responsabilità per fatto illecito del genitore per aver trasmesso al figlio, all’atto del concepimento, una grave malattia ereditaria della cui esistenza era cosciente. Questa decisione, però, aprì la strada anche a pareri contrastanti in dottrina ove fu sostenuto autorevolmente (Carnelutti 1982) che:

“ Non sussisterebbe danno in ipotesi siffatte poiché l’atto generatore della responsabilità era il medesimo che aveva creato la vita del danneggiato”.Conformi a tale pronuncia sono state anche una serie di sentenze successive (App. Roma 14.6.1956, RI, 1957, II, 134 e Trib. Lecce 2.2.1960, ARC, 1960, 300). Il discorso sulla trasmissione della malattia è strettamente correlato ad un’altra tematica riguardante i danni non patrimoniali subiti dall’embrione o dal feto, per malformazioni non diagnosticate dal medico.Oggi, alla luce degli ultimi orientamenti si è visto come si possa parlare anche di danno esistenziale in pregiudizio del nascituro.Con la sentenza ( Trib. Verona 15.10.1990, RaDC, 1992, 422), infatti, si mette in luce il diritto a nascere sani come un diritto proprio del nascituro, fonte di diretta responsabilità contrattuale per l’ente ospedaliero e di responsabilità extracontrattuale per il medico responsabile del fatto dannoso (contra Trib. Milano 13.5.1982, RCP, 1983, 169).Al fine di pervenire ad una ragionevole e più o meno concorde soluzione del problema, vanno riprese le argomentazioni logico – giuridiche della pronuncia della Cass. pen., sez. IV, n. 11625/2000, in merito ai diritti del nascituro:I danni di cui si discute non costituiscono danni del nascituro, ma danni di una persona effettivamente nata che, da un fatto illecito compiuto anteriormente alla sua nascita (ma dopo il concepimento), ha subito pregiudizi le cui conseguenze si manifestano successivamente alla sua nascita. Quando si parla di danni subiti dal nascituro concepito, si sottintende che sia avvenuta la nascita successivamente. Ciò non esclude, ovviamente, che possono aversi danni provocati direttamente al feto che diverranno risarcibili (a favore del nato) dopo la nascita (Cass. pen. 21.6.2000, n. 11625, LCP, danni in materia civ. e pen).           


9. Con la sentenza 3.10.2001, il Tribunale di Pisa condannava il datore di lavoro (S.p.A.), in persona del suo legale rappresentante in solido con il vicedirettore della società, al pagamento di una somma consistente, per danno esistenziale nei confronti dell’attrice, per avere questa subito atti di molestie sessuali, forme di attenzione pesanti e per aver dovuto accertare forme di tenerezza dal vicedirettore, le quali, a lungo andare, avevano determinato, nella ricorrente, uno stato di frustrazione tale da indurla a rassegnare le dimissioni.

Questo in breve il fatto, ma ben più interessanti sono le motivazioni addotte dal Tribunale in ordine all’accoglimento della domanda di parte attrice. La fattispecie astratta alla quale va parametrata la domanda della ricorrente è quella di cui all’art. 2087 c.c. secondo cui l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità psicofisica e la personalità morale del lavoratore. Siamo di fronte ad un’evidente ipotesi di “mobbing verticale”, fenomeno ben conosciuto nel nostro sistema lavoristico e per il quale l’ordinamento interviene anche a livello costituzionale mediante l’applicazione dell’art. 42 Cost. che, com’è noto, stabilisce che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con la dignità, la sicurezza e la libertà dell’individuo; il riferimento alla tutela della personalità morale del lavoratore consente di qualificare come illecito il comportamento del datore.

L’obbligo giuridico del datore di vigilare affinché nel contesto organizzativo nessuno approfitti della sua posizione gerarchica per acuire lo stato di soggezione del sott’ordinato si ritrova anche in altre pronunce (Cass. 143/2000; Cass. 7768/1995) ove si impone il rispetto soprattutto dei soggetti più deboli.

E’ d’uopo, a questo punto, affermare che, se si ritenesse inconfigurabile il danno esistenziale per la violazione dell’art. 2087 c.c., quest’ultima norma risulterebbe “inutiliter data”, nelle ipotesi di pregiudizio alla personalità morale dell’individuo che non causi un vero e proprio danno psichico con conseguenze permanenti alla vita di relazione.

Sempre in ambito lavorativo, viene in rilievo un’altra interessante pronuncia della Cassazione (Cass. 3.7.2001, n. 9009, FI, 2001), dove si riconosce sussistente il danno esistenziale del lavoratore per il mancato godimento del riposo settimanale.

Il fatto trae spunto dal ricorso proposto da un lavoratore contro il datore

( Azienda ASL) per ottenere il pagamento delle somme dovute per aver prestato attività lavorativa straordinaria nelle giornate destinate al riposo, fatto dal quale gli era derivato un danno da usura e un complessivo peggioramento del proprio ritmo di vita.

Con la sentenza sopra riportata, la Cassazione statuisce che:

 Nella controversia vengono in rilievo diritti inderogabili e indisponibili attribuiti dall’art. 36 Cost. ai lavoratori subordinati; si tratta, però, ed è questo l’elemento centrale del problema, di diritti pur sempre di natura economica, discendenti dalla stipula di un contratto individuale di lavoro, ma tuttavia posti a tutela anche di interessi non strettamente patrimoniali, pertanto, la pretesa al risarcimento di pregiudizi siffatti si colloca al di fuori dell’area della corrispettività  e non ha ad oggetto solo i maggiori compensi collegati alla gravosità e alla penosità del lavoro, ma soprattutto può consistere nel ristoro del pregiudizio sofferto nella sfera esistenziale come forma di abbassamento della propria soglia di benessere. (Cass. 3.7.2001, n. 9009, FI, 2001).  Il diritto al riposo, cioè alle ferie annuali, tutelato dall’art. 36 Cost. è ricollegabile non solo ad una funzione di corrispettivo dell’attività lavorativa, ma altresì, come riconosciuto dalle sentenze della Consulta 616/1987 e 158/2001, al soddisfacimento di esigenze psicologiche fondamentali del lavoratore, il quale, mediante le ferie, può partecipare alla vita familiare, sociale e vedere tutelato il proprio diritto alla salute. Questo discorso trova conferma in un’altra pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione (12.11.2001, n. 14020, MG , 11.2.2002), dove si legge che la maturazione del diritto alle ferie non può essere impedita dalla sospensione del rapporto di lavoro per malattia del lavoratore e che la stessa autonomia privata, nella determinazione della durata delle ferie ex art. 2109 c.c., trova un limite insuperabile nella necessità di parificare ai periodi di servizio quelli di assenza per malattia.A seguito dell’intervento delle Sezioni Unite della Cassazione, sono numerose le sentenze che enunciano il principio secondo cui dall’inadempimento del datore di lavoro discende autonomamente, cioè senza bisogno della relativa prova, la ragione di danno (Cass. 12334/1997; Cass. 867/1998; Cass. 704/1999; Cass. 2455/2000).    Un'altra ipotesi ricorrente nella prassi degli ambienti di lavoro è quella del c.d. “ demansionamento “ o “dequalificazione del lavoratore” (Cass. 7905/1998), fenomeno assai grave e non infrequente; si riporta, ad esempio, la sentenza della Cassazione 13299/1992, sullo spostamento a mansioni diverse dequalificanti, imposte ad un giornalista non lottizzato.
La figura del danno esistenziale si insinua oggi anche in quella nuova forma di lavoro che sta via via moltiplicandosi in Italia e che prende il nome di “ telelavoro”, ovvero, di “lavoro a domicilio subordinato”.La cultura del decentramento dell’attività produttiva e della flessibilità è entrata nel nostro ordinamento solo con il d.p.r. 8.3.1999, n. 70, il quale definisce il telelavoro come prestazione eseguita dal dipendente in qualsiasi luogo ritenuto idoneo, collocato fuori dalla sede principale, con il prevalente supporto di tecnologie di informazione e dei mezzi forniti dall’azienda, necessari ad eseguire la prestazione a favore dell’amministrazione datrice di lavoro. Nodo gordiano del d.p.r. in esame è garantire il profilo della tutela della salute, della riservatezza e della dignità morale del lavoratore, così come previsto dallo stesso Statuto 300/1970, art. 4 (che vieta l’uso di impianti audiovisivi e altre apparecchiature per finalità di controllo).La tutela è particolarmente forte perché la trasgressione è punita penalmente ex art. 38 dello Statuto. Siamo, infatti, in presenza di un’attività lavorativa svolta a distanza che, per ciò solo, giustifica l’ingerenza del datore e l’esercizio del suo potere direttivo e di controllo, semprechè, si intende, tale potere sia esclusivamente richiesto da precise esigenze organizzative.
Attesa in linea di massima la bontà di questa nuova tipologia, si tratta di individuare i possibili danni conseguenti alla violazione delle riferite norme.
La violazione della privacy, della riservatezza, sono i pregiudizi diretti ed immediati, sovente però la mancanza della prova della lesione del bene – salute ha precluso al danneggiato la possibilità del ristoro dei danni.Ma, se si esclude la risarcibilità del danno alla salute, bisogna tenere conto di un altro dato che proviene dall’ analisi del codice civile ed è rappresentato dal fatto che l’azionabilità del rimedio risarcitorio trova un ostacolo nell’art. 2059 c.c. che ne richiede un’apposita previsione di legge. Di fatto, in questo modo, ai fini della tutela civile dell’interesse non patrimoniale, è necessario che il comportamento lesivo abbia integrato gli estremi di un reato, poiché la norma di legge richiesta dall’art. 2059 c.c. va ravvisata nell’art. 185 c.p. Se si tiene conto che gli interessi non patrimoniali sono quelli attinenti alla persona, emerge chiaramente che questa sorta di doppio binario si traduce in una grave limitazione alla tutela risarcitoria dei diritti fondamentali. Ma è da aggiungere anche che alcune norme, soprattutto quelle contenute nello Statuto dei Lavoratori, prevedono per alcuni comportamenti gravi del datore la sanzione penale; quindi, ciò farebbe dubitare dell’utilità pratica della categoria del danno esistenziale, attesa la rilevanza penalistica di certe fattispecie a danno del lavoratore e la comminazione di sanzioni penali. Un tale dubbio, però, risulta infondato sia poiché il divieto di analogia previsto dall’art. 14 delle disposizioni di attuazione imporrebbe di limitare il danno non patrimoniale al solo danno morale, ma soprattutto perché la maggior parte delle ipotesi lesive esulano dalla riconducibilità a fatti di reato. In questo senso, il riconoscimento del danno esistenziale costituisce il referente giustificativo che renderebbe possibile al lavoratore danneggiato l’eliminazione del danno subito. Ipotesi di danno esistenziale si verrebbero a prospettare anche per l’isolamento del telelavoratore dal resto dell’azienda quando il datore non abbia provveduto a disporre uniformemente il personale, tutto ciò  accresce l’alienazione, e viene ad incidere sia sul rendimento lavorativo che sul benessere psicologico. A tale proposito si annoverano, fra le altre, una serie di pronunce della giurisprudenza di merito e di legittimità (Cass. pen.  8.10.1985, NGL, 1986, 155; Trib. Milano 29.9.1990, FI, 1990; Pret. Milano 26.1.1979, RGL, 1979).Anche nel caso di illegittimo licenziamento del lavoratore si viene senz’altro a configurare l’ipotesi di un danno esistenziale che si affianca agli altri danni scaturenti da un’azione riprovevole come quella del recesso datoriale senza giusta causa. Spicca, ad esempio, una sentenza della Pretura dell’Aquila (10.5.1991, FI,1993, I, 317) nella quale si attribuisce il risarcimento per danno esistenziale al lavoratore per avere quest’ultimo dimostrato che, in ragione della privazione della retribuzione mensile, fonte di sostentamento per sé e per la propria famiglia, è stato costretto ad un regime di vita particolarmente gravoso, pregiudizievole per l’integrità psicofisica e per l’equilibrio esistenziale, e che tale pregiudizio si è riverberato sul suo benessere, eliminando le possibilità di condurre, medio termine, un’esistenza serena. 

10. Due sentenze della Corte di cassazione sono intervenute a segnare un impatto forte e innovativo in tema di lesione dei diritti della personalità, introducendosi nell’annoso dibattito del danno alla persona con  dei “dicta” che di fatto ampliano l’area dei pregiudizi risarcibili in subiecta materia. Le pronunce costituiscono la risposta finale ad ampi interrogativi provenienti dalla giurisprudenza e dalla dottrina sul tema dell’ammissibilità di un danno esistenziale da lesione di diritti personalissimi.
Innanzitutto, ci si è chiesti se esiste una distinzione oltre che terminologica, anche ontologica, ossia, giuridica tra il danno alla persona e il danno alla personalità dell’individuo. Bisogna premettere che, in ossequio alla teoria monistica, i diritti della personalità (all’onore, all’immagine, alla reputazione, all’identità personale) si possono qualificare come singoli aspetti di rilevanza costituzionale che la persona, nella sua unitarietà, ha acquistato nel sistema della Costituzione. Quindi, alla luce di questa considerazione, si può ritenere che laddove l’illecito produca non solo un danno biologico e morale in senso stretto, ma determini quelle compromissioni dei diritti che compongono la sfera personale, relazionale e affettiva del soggetto ci si trova di fronte ad un nuovo danno alla persona distinto dal danno ai diritti della personalità . Per ciò che riguarda le fattispecie dannose prospettabili vengono in rilievo le pronunce della Cassazione a Sezioni Unite.La prima sentenza del 3.4.2001 n. 4881, ha ad oggetto la compromissione della reputazione professionale e personale conseguente all’elevazione di un illegittimo protesto cambiario a danno di un imprenditore. Sostiene la Corte che il fatto lesivo della reputazione non può essere considerato in un’ottica commerciale o imprenditoriale, vale a dire, sotto il profilo solo patrimoniale, bensì esso può costituire causa di discredito personale e pertanto, se illegittimo, è idoneo a provocare un danno risarcibile ex se. Infatti, nel caso di specie, il comportamento lesivo ha integrato gli estremi della diffamazione ex art. 595 c.p., ma l’elevazione di un simile protesto ha leso, anche e soprattutto, i diritti della persona in quanto tale e non solo in quanto imprenditore esercente una determinata attività professionale, quindi il danno è “in re ipsa” e dovrà essere risarcito senza che incomba sul danneggiato l’onere di provarlo. A questa pronuncia se ne sono accompagnate altre, sempre del Supremo Collegio, in linea con la medesima motivazione ( sent. 11103/1998; Cass. 2576/1996).Invece, con la sentenza del 24.1.2001, n. 6507, sez. III, la Corte analizza un’altra fattispecie che da tempo aveva dato luogo a contrasti in ambito, soprattutto, dottrinario. Il caso concerne la comunicazione al datore di lavoro, da parte di un lavoratore, di notizie false e l’ingiusta attribuzione di fatti non veritieri che abbiano leso la reputazione, l’onore e il decoro di altro collega; in questo caso, oltre ad un danno patrimoniale e morale conseguenti al riconoscimento di un illecito penalmente rilevante e qualificabile in termini di ingiuria o diffamazione, sussisterebbe anche un’ipotesi di danno alla persona ex se  risarcibile indipendente, cioè dalla fattispecie criminosa.In linea di principio, la reputazione e l’immagine si identificano, infatti, con il senso della dignità personale, in conformità all’opinione del gruppo sociale secondo il particolare contesto storico, esse vanno valutate in abstracto, cioè, con riferimento al contenuto della reputazione, quale si è formata nella coscienza sociale di un determinato momento (Cass. pen., sez. V, 3247/1995).La conseguenza di quanto sopra detto è che per effetto della falsa comunicazione al datore può verificarsi certamente una lesione alla reputazione professionale, che si configura quando i fatti siano astrattamente idonei ad influire negativamente sul rapporto di lavoro, provocando anche eventuali conseguenze a discapito del lavoratore (mutamento di mansioni, spostamento ad altra sede). Ma si può verificare soprattutto una lesione alla reputazione del lavoratore quale persona, considerato cioè nella sua individualità, da cui consegue la perdita o la riduzione di un valore esistenziale che coincide proprio con le capacità e le possibilità del soggetto di interferire con un contesto sociale di riferimento, ove il ritorno di stima e considerazione è soggettivamente apprezzato ed è fondamentale per il benessere dell’individuo.
Senonchè, una volta provata detta lesione, si realizza una perdita di tipo analogo a quella indicata dall’art. 1223 c.c., dove ciò che viene risarcito non è il fatto di lesione in sé (evento), ma la riduzione o la perdita di un valore esistenziale che si affianca al pregiudizio psicofisico e morale.Si può sostenere che lo scopo di tali pronunce sia stato proprio quello di rafforzare la tutela dell’individuo, conferendo all’art. 2 Cost. il significato di norma precettiva e dinamica tesa ad estendere la protezione della persona anche oltre quella che è la struttura rigida del sistema tradizionale di risarcimento, suddiviso in danno biologico, morale o non patrimoniale e patrimoniale in senso stretto. 

11. Ritornando al concetto di diffamazione, pare opportuno soffermare l’attenzione sulla comunicazione via Internet, e sui possibili rischi connessi all’utilizzazione, oggi frequentatissima, dello strumento informatico. Il computer consente a chiunque di poter gestire la banca dati delle informazioni in modo libero ed autonomo, recependo, sfruttando e inviando qualsivoglia notizia rispondente ai propri bisogni. L’unico limite che si impone è il rispetto dei beni aventi rilevanza costituzionale.
La rete, quindi, come sostiene una dottrina (Cassano), “ è uno dei luoghi nei quali l’individuo svolge la sua personalità”, e in quest’ambito devono essere rispettati il diritto al nome, all’immagine, all’onore, alla reputazione ecc.Rispetto ai tradizionali mezzi di manifestazione del pensiero, Internet si pone, data la velocità dei tempi, quale strumento efficace a soddisfare le richieste dell’utente il quale ha la possibilità di estrinsecare la propria personalità in condizioni di assoluta eguaglianza e parità con gli altri.Un altro dato di rilievo è costituito, però, dal fatto che l’utilizzo di Internet, non essendo circoscritto da vincoli e divieti particolari, resta aperto ad una collettività indifferenziata di persone idonea a gestire l’informazione in modo anche dannoso.La casistica giurisprudenziale in tema di lesioni alla privacy, alla riservatezza e alla reputazione è particolarmente vasta, si tratta, quindi, di verificare a quali condizioni e con quali modalità si verrebbe a produrre un’ingerenza indebita e pregiudizievole nella sfera giuridica altrui.Secondo l’opinione tradizionale della dottrina, l’elemento peculiare nell’utilizzo di Internet è dato proprio dall’assenza del soggetto destinatario delle offese e delle affermazioni non veritiere.Questo aspetto varrebbe ad escludere la configurabilità del reato di ingiuria ex art. 594 c.p., mentre farebbe sussistere sempre la fattispecie criminosa della diffamazione prevista dall’art. 595 c.p.In questi casi, la tutela civilistica per il danneggiato consiste in un’obbligazione risarcitoria, comprensiva della liquidazione dei danni morali ex  art. 2059 c.c., ma sulla quale va a cumularsi, in modo innovativo, la figura del danno esistenziale.Il danno è ravvisabile nella misura in cui il destinatario del messaggio oltraggioso abbia risentito del pregiudizio concretizzatosi in una compressione grave della propria sfera psicologica. Tale limitazione deve aver prodotto una perdita consistente nel patrimonio relazionale del soggetto che si viene a trovare nell’impossibilità di gestire serenamente la propria vita.Una precisazione si impone a questo punto poiché la libertà di informazione si atteggia in modo diverso a seconda di quale sia il soggetto che la eserciti.In linea di principio, se l’opinione viene espressa da un giornalista, nell’ambito della propria legittima attività di cronaca o di critica, provenendo l’informazione da una fonte autorevole, ovvero, autorizzata e qualificata, sussisteranno dei limiti alla configurabilità delle fattispecie, di reato, operando in questi casi la scriminante dell’esercizio del diritto di cronaca prevista dall’art. 50 c.p. che eliminando l’antigiuridicità del fatto criminoso esclude la punibilità dell’agente per il fatto compiuto. Ragionamento opposto vale per l’attività di informazione gestita da un privato, rispetto al quale non operano i limiti appena menzionati. Questa linea di demarcazione è importante per cogliere un aspetto conseguenziale, consistente nel fatto che, quando si applica la scriminante prevista dall’art. 50 c.p., venendo meno la fattispecie astratta di reato, viene meno anche la componente civilistica connaturata alla fattispecie criminosa, vale a dire il danno morale. Resta in piedi, invece, il risarcimento del danno esistenziale poiché come si è visto questa figura si qualifica in modo autonomo e distinto rispetto alle altre forme di danno non patrimoniali.
Ulteriore problema è connesso all’individuazione del soggetto responsabile, individuazione non facile, perché per l’attribuzione di responsabilità è sempre necessario che l’autore del messaggio via Internet sia identificabile; per cui, nel caso in cui non abbia firmato il proprio messaggio, l’unico soggetto responsabile sarebbe il c.d. “Provider”. Ma la questione è attualmente molto dibattuta nei vari Stati e priva di una soluzione univoca. Infatti, la responsabilità di questo soggetto deriva dalla funzione e dal ruolo svolto, equiparabile a quello degli editori delle testate giornalistiche o al gestore di una radio. Per tutti costoro, si impone un obbligo di controllo preventivo e di verifica di tutto il materiale che venga messo in circolazione, vale a dire, pubblicato e divulgato. A proposito, la giurisprudenza ha affermato che (Trib. 8.8.1997): il proprietario di un canale di comunicazione destinato ad un pubblico di lettori ha l’obbligo di vigilare sul compimento di atti di concorrenza sleale eventualmente perpetrati attraverso la pubblicazione di messaggi pubblicitari di cui deve verificare la natura veritiera, palese e corretta, concorrendo in difetto, e a titolo di responsabilità aquiliana, nell’illecito di concorrenza sleale (Trib. Napoli 8.8.1997, GC, 1998, 259). Un altro orientamento della dottrina (Cammarata) tende a sottolineare l’elemento oggettivo della responsabilità del provider, la quale ci ricondurrebbe alle ipotesi di esercizio di attività pericolosa ai sensi dell’art. 2050 c.c.In relazione alla pressante esigenza di trovare una soluzione valida, si auspica di rinvenire una regola che consenta al provider di essere sollevato da responsabilità almeno nei casi dubbi quando non sia altamente probabile che l’offesa possa essere ricondotta alla sua condotta attiva o omissiva. 

12
. La configurabilità di un danno esistenziale da attività giudiziaria civile implica la trattazione della più ampia tematica della responsabilità civile da attività giurisdizionale; tematica non semplice, per le numerose implicazioni connesse.Si cominci a notare che, nel caso di specie, il danneggiato si trova di fronte a tre possibile responsabili: l’avversario, il giudice e, infine, lo Stato che risponde in via principale in caso di esercizio dell’azione di responsabilità del giudice e può anche essere convenuto davanti alla Corte di Giustizia della Comunità Europea ed ora davanti alla Corte di Appello competente, ai sensi della l. 24.3.2001, n. 89.Affinché si configuri l’illecito processuale che dà luogo al sorgere di un diritto al risarcimento del danno, bisogna che venga posto in essere il comportamento tipizzato dai due commi dell’art. 96 c.p.c. e cioè che la parte abbia agito o resistito in giudizio con malafede o colpa grave, ovvero abbia ottenuto, agendo senza la normale diligenza, un provvedimento cautelare, abbia iniziato un’esecuzione forzata prima dell’accertamento dell’inesistenza del relativo diritto. Orbene la prospettazione di un danno esistenziale, collegato e derivante da un comportamento processuale illecito, si può verificare proprio nella misura in cui si sia prodotta una sofferenza esistenziale collegata ad un’ingiusta lesione subita e all’irragionevole durata del processo che abbia provocato, quindi, una diminuzione della qualità della vita personale. Questa ultima ipotesi abbraccia la più vasta casistica dei ricorsi intentati dai cittadini davanti alla Corte di Giustizia Europea contro i Governi per non aver saputo garantire una durata ragionevole ai processi civili. Emblematica al riguardo è una sentenza resa contro la Svezia (Cour Eur. D. H., Paulsen – Medalen et  Svensson c/ Suede del 19.2.1998, in Recueil des arrets et decisions,  1998 – I, 132). Una madre i cui figli sono stati dati in affidamento protestava presso i tribunali amministrativi contro le restrizioni al suo diritto di visita. Il ricorso davanti al Tribunale di primo grado veniva proposto nel 1990. Dopo l’intervento della Corte Amministrativa di Appello, che rigettava la domanda, come già aveva fatto il Tribunale in prima istanza, la madre chiedeva l’autorizzazione a presentare ricorso presso la Corte Amministrativa Suprema, che la concedeva nel 1991, per poi decidere, due anni dopo, per il rigetto della domanda e la conferma delle restrizioni al suo diritto di visita.
La Corte europea, dopo aver stabilito che in materia di famiglia e di affidamento dei minori l’autorità giudiziaria deve agire con una “diligenza eccezionale”, per garantire una decisione rapida, ha ritenuto che la durata davanti alla Corte Suprema non abbia soddisfatto i requisiti richiesti, e ha condannato il governo svedese a pagare una somma consistente a titolo di “soddisfacimento equitativo” per il pregiudizio morale subito dalla madre a causa della lentezza della procedura.La ricorrente, quindi, soccombente nel merito, riceveva soddisfazione in quanto aveva agito per la durata irragionevole del processo poiché, in casi come quello qui riportato, il danno esistenziale è quello subito per la diminuzione della qualità della vita dovuta alle incertezze, ai disagi materiali e psicologici che la parte è costretta a sopportare prima che il suo torto venisse confermato in via definitiva.
Spostando l’attenzione in materia all’interno del nostro ordinamento giuridico, la prassi giudiziaria rileva l’esistenza di alcune pronunce interessanti, ove ad essere risarcito è proprio il danno patito dal cittadino per l’eccessiva durata di un processo, si vedano le seguenti sentenze (App. Roma, sez. I, 10.7.2001; App. L’Aquila 23.7.2001).Un’altra pronuncia della Pret. di Roma 2.12.1997 si è espressa sulla richiesta di risarcimento danni per la responsabilità processuale aggravata, rigettando la domanda nel merito, ma fissando un principio giuridico nuovo consistente nel riconoscimento in astratto, della fattispecie di danno esistenziale da responsabilità processuale aggravata. Il danno da responsabilità aggravata è un danno alla vita di relazione, o meglio una categoria autonoma che include ogni ipotesi di violazione del valore uomo, indicato dalla dottrina come danno esistenziale. Infine, si può riportare la fattispecie del “danno da vacanza rovinata” come ipotesi specificativa di danno esistenziale, che si verifica quando la vacanza sia stata preclusa e compromessa dall’instaurazione di una lite temeraria a danno di colui che avrebbe dovuto partire. Una sentenza del Trib. di Genova 15.7.1994 (RFI, 1996) si è pronunciata in merito ad un fatto che vedeva protagonista una persona che non aveva più potuto effettuare la programmata vacanza a causa del blocco del proprio conto corrente attuato da un soggetto che, facendo valere una presunta qualità creditoria, aveva opposto un titolo, per così dire, “temerario”, ovvero aveva fatto valere un titolo nullo, annullato o prescritto e aveva agito imprudentemente iniziando l’esecuzione forzata prima che venisse accettata, in sede giurisdizionale, l’inesistenza del suo diritto. Pertanto, si configurava in questa situazione un danno risarcibile proprio in forza dell’art. 96 c.p.c. che andrebbe concepito come clausola specificativa della norma generale ex art. 2043 c.c. ovvero come ipotesi di responsabilità aggravata pregiudizievole per la parte che aveva dovuto subire tale ingiusta aggressione.  

13
. Per ciò che concerne la collocazione sistematica del danno esistenziale, si è visto che il pregiudizio in questione si inserisce nell’ambito delle obbligazioni risarcitorie extracontrattuali, ma ciò non esclude che, anche nel settore contrattuale, si possano configurare pregiudizi esistenziali derivanti da inadempimenti di una parte contraente. La rilevanza di aspetti non patrimoniali del danno, fuori dall’ambito dell’art. 2059 c.c., si riscontra pacificamente in relazione al danno biologico, quando ad esempio siano derivate lesioni fisiche da una operazione chirurgica non riuscita, dove allora viene in rilievo “la colpa professionale del medico”. Con riferimento al danno esistenziale, invece, qualche ipotesi la si rinviene nelle pronunce dei giudici di merito. Un caso abbastanza originale che si segnala è rappresentato dalla cosiddetta “ mancata esecuzione del servizio fotografico relativo ad una cerimonia nuziale (Pret. Salerno, sez. distaccata di Eboli, 17.2.1997), quando i nubendi avessero stipulato un contratto di videoripresa versando anche parte della somma in anticipo.
In questo caso, vi è un inadempimento certo degli obblighi contrattuali che ha prodotto innanzitutto un danno emergente consistente nell’esborso preventivo del denaro, nell’esecuzione della controprestazione, mentre non sarebbe ravvisabile un lucro cessante, quale differenza tra il prezzo stabilito ed il valore del bene al momento della restituzione della somma versata. Tuttavia, da questa ipotesi, discende una considerazione ovvia riguardante l’impossibilità per i nubendi di ottenere una reintegrazione specifica del bene richiesto, per l’irripetibilità dell’occasione nuziale.
Ne consegue che il tipo di danno scaturente potrà ben qualificarsi in termini di pregiudizio esistenziale poiché si va a riverberare sulla loro sfera affettivo – emotiva, per l’utilizzazione che avrebbero fatto della videocassetta anche in futuro e per il soddisfacimento che ne avrebbero potuto trarre anche i loro familiari. Quindi, l’importanza attribuita alla stipula di quel contratto giustificherebbe il risarcimento di un danno da liquidarsi in via equitativa.
Altra ipotesi più ricorrente è quella del “contratto di viaggio”, nel cui ambito è venuta a specificarsi la fattispecie del “ danno da vacanza rovinata”. Si va diffondendo l’idea che le conseguenze negative riportate dai turisti a seguito di un viaggio “malriuscito”, o patite per non aver potuto realizzare il viaggio desiderato, debbano essere degne di tutela risarcitoria ( Trib. Bologna 15.10.1992, C,1993; Trib. Milano 26.11.1992, RCP, 1993, 856; Giud. pace Siracusa 26.3.1999).
Con queste sentenze, i Tribunali hanno inteso dare ragione al malcapitato turista che si sia spostato altrove, per godersi un breve o lungo periodo di vacanza, e abbia dovuto sopportare gravi disagi per le inefficienze dell’agenzia di viaggi e le inadeguatezze della sistemazione trovata. Anche tale danno è valutabile equitativamente dal giudice avendo riguardo soprattutto alle aspettativa di godimento del turista sul luogo prescelto. Si ritiene che il minor godimento della vacanza e il grosso disagio sopportato dal turista per l’inadempimento della società organizzatrice dei viaggi si manifesti in un danno di natura non patrimoniale la cui risarcibilità, trovando la sua fonte costitutiva nella l. 1084/1977, prescinde dalla configurabilità di un illecito penale. Proprio in virtù dell’esistenza di un’apposita fonte costitutiva che si qualificherebbe come lex specialis, sarebbe possibile superare il rigore normativo dell’art. 2059 c.c. Infatti, gli artt. 13 e 15 della l. 1084/1977, che ha dato esecuzione alla Convenzione internazionale di Bruxelles del 23.4.1970, nonché la direttiva comunitaria 314/1990, hanno inteso allargare l’area dei danni risarcibili.
In senso contrario la sentenza del Tribunale di Venezia 2169/2000 ha statuito di non aver potuto accogliere la domanda del risarcimento danni non patrimoniali da “vacanza rovinata”, poiché, diversamente dalle decisioni sopra menzionate, in questo caso il giudice veneziano ha condannato la società organizzatrice / venditrice del “viaggio tutto compreso” al risarcimento del solo danno patrimoniale sofferto dai viaggiatori a seguito dell’inadempimento del contratto di viaggio intercorso tra le parti. Accertato il grave inadempimento, non avendo la società organizzatrice del pacchetto di viaggio fornito né le camere concordate, né i servizi reclamizzati nel dèpliant pubblicitario, addirittura inesistenti in loco, il Tribunale limitava la pronuncia agli aspetti contrattuali della questione. L’argomentazione principale a sostegno dell’irrisarcibiltà dei danni non patrimoniali veniva basata sulla natura formale e sulla forza giuridica della normativa richiamata come fonte costitutiva del risarcimento. Sosteneva il Tribunale che la direttiva comunitaria non contiene norme precettive nei rapporti tra privati, pertanto, sarebbe inapplicabile al caso di specie.

14.
Una sentenza del Giud. di pace di Bologna 18.3.2001, n. 813 ha affrontato il problema dell’ammissibilità del danno esistenziale. In particolare la pronuncia si riferisce al cosiddetto “danno da stress” subito da un candidato, durante lo svolgimento di un concorso, per la condotta negligente dell’Amministrazione la quale, non tenendo conto delle legittime aspettative del concorrente, abbia comunicato, con grave ritardo, un motivo di esclusione dalle prove orali. Comunicando l’esclusione con grave ritardo, nel caso in esame vi era stato un ritardo di “tre mesi” nella comunicazione di un errore nella preselezione concorsuale, l’Amministrazione aveva leso le aspettative del concorrente e aveva reso inutile la sua preparazione alle prove orali.
La vicenda si è conclusa positivamente per il candidato estromesso dal concorso, essendogli stato risarcito un danno corrispondente alle fatiche e ai disagi sopportati inutilmente per superare l’esame. Si parla, quindi, di “danno da stress” legato alla preparazione, stress subito per aver affrontato una prova scritta alla quale non doveva essere ammesso, stress legato ai tempi di attesa per la correzione degli elaborati, avvilimento provato al momento della comunicazione della tardiva estromissione dalla procedura concorsuale. Questi aspetti, complessivamente e cumulativamente considerati, rappresentano, senza dubbio, ipotesi di aggressioni forti alla sfera emotiva della persona, passibili di risarcimento ai sensi del combinato disposto normativo degli artt. 2043 e 1226 c.c. Anche in questo caso si conferma, in sede di liquidazione, il principio della corresponsione della somma risarcitoria in virtù del solo evento lesivo, senza che si renda necessario alcun onere probatorio aggiuntivo in ordine alla esistenza e alla consistenza del danno. 
Di contrario avviso, un’altra sentenza del Tribunale di Reggio Calabria 16.3.2001, nella quale si affronta un caso analogo che, però, viene diversamente risolto dal giudice ordinario.
La ricorrente espone di aver partecipato ad un pubblico concorso del quale risultava vincitrice, e di essere, successivamente, stata inserita in graduatoria in posizione non corrispondente agli esiti concorsuali a causa dell’inserimento di un soggetto appartenente alle categorie ex art. 12, l. 482/1968. La medesima otteneva un giudicato amministrativo che confermava il proprio diritto ad essere collocata più in alto in graduatoria e il diritto ad essere assunta con una decorrenza giuridica ed economica che facesse data dal superamento del concorso.
Innanzitutto è doveroso premettere che ormai, alla luce della sentenza 500/1999 delle Sez. U. della Cassazione e alla luce della l. 205/2001, non sussistono più ostacoli alla risarcibilità degli interessi legittimi.
Nel caso di specie, infatti, ciò che viene in rilievo è proprio una situazione giuridica soggettiva avente la consistenza di un interesse legittimo, quale interesse ad un corretto ed imparziale esercizio dell’operato amministrativo che è stato pregiudicato.
Ma il problema diventa più complesso perché involge anche la problematica del danno esistenziale mettendo in luce la verificazione di un pregiudizio dei diritti fondamentali della persona.
Già la Corte costituzionale aveva dichiarato in una sentenza essere innegabile che la lesione di diritti siffatti, collocati al vertice della gerarchia dei valori costituzionalmente garantiti, andasse incontro alla sanzione risarcitoria per il fatto in sé della lesione (danno evento) indipendentemente dalle eventuali ricadute patrimoniali che la stessa possa comportare (danno conseguenza) (Corte cost. 184/1986).
Il comportamento dell’Amministrazione ha, in un certo qual modo, compromesso i diritti fondamentali della persona generando situazioni di disturbo e frustrazione rispetto alle proprie aspettative realizzate ma non rispettate, quindi procurando un danno che non ha bisogno di prova diretta, ma che è connaturato all’atteggiamento lesivo dei beni protetti, ovvero, è in re ipsa.
Nella fattispecie il diritto pregiudicato è il diritto al lavoro (ex art. 4 Cost.), il diritto ad essere validamente assunti in seguito al positivo superamento delle prove concorsuali. Pur essendo, in linea di principio, configurabile nel caso in questione un pregiudizio risarcibile, il giudice di merito si è espresso negativamente per una serie di motivi. Ciò che pone un impedimento alla risarcibilità è il fatto che la norma costituzionale (l’art. 4 ) che riconosce il diritto al lavoro è programmatica e non precettiva. Le norme costituzionali precettive tutelano specifici aspetti del rapporto di lavoro (es. quello alla retribuzione proporzionata ), ma non il diritto ad essere assunto.
Inoltre, nella fattispecie in esame, non può, ad avviso di questo giudice, trovare applicazione la categoria del danno – evento, inaugurata dalla sentenza 184/1986 e richiamata da Cass. 7713/2000. Infatti si dice in motivazione che: il danno in questo caso, non si viene ad identificare giuridicamente con la lesione dell’interesse protetto. Lesione dell’interesse protetto e danno rimangono componenti giuridicamente distinte. Da quanto detto consegue che qualora manchi la coincidenza fenomenologia tra bene giuridico e res incisa dal fatto illecito, tra interesse giuridico ed utilità, non può parlarsi di danno – evento e, pertanto, occorre dare la concreta dimostrazione del danno.
Ora, nella fattispecie in esame, è evidente che la coincidenza fenomenologia tra bene della vita giuridicamente protetto (diritto all’assunzione) e danno (di cui si pretende il risarcimento: disturbo, disagio) non sussiste.
La ricorrente, inoltre, non ha fornito la prova di alcun danno. Giova rimarcare, poi, che è proprio la peculiare operatività dell’art. 2043 c.c. al cospetto di diritti personali a rendere ragione del limite, in sede di configurazione del danno esistenziale, della derivazione costituzionale dei diritti lesi. Vi è infine un’ulteriore ragione ostativa all’accoglimento della domanda risarcitoria. Riguardo al contenuto del danno esistenziale, e quindi, al quantum del risarcimento, la Corte di Cassazione, nella citata sentenza, mostra di considerare rilevanti tutti i danni che, almeno, potenzialmente, ostacolano le attività realizzatrici della persona umana. Il riferimento ad attività va inteso, ad avviso di questo Giudice, come riguardante l’agire avente un’oggettiva consistenza. L’oggettiva verificabilità esige una accertabilità e riconoscibilità intersoggettiva; non può quindi ridursi, il danno esistenziale, ad una dimensione interiore ed idiosincratica, fondata su dati introspettivi.Occorre, dunque, provare l’incidenza del fatto illecito su un percorso esistenziale, su un progetto di vita visti nella loro dimensione intersoggettiva, quindi relazionale. Sotto questo profilo, i confini possono essere delineati in relazione alla figura contigua del danno morale soggettivo ex art. 2059 c.c. (Corte cost. 14.7.1986, n. 184, GI, I, 1, 392.         


15. Nel dibattito dottrinario e giurisprudenziale teso a definire la nozione di danno esistenziale si sono inserite le pronunce n. 8827 e 8828 del maggio 2003 della Cassazione, che, tuttavia, non hanno sopito il dibattito sorto intorno al danno esistenziale quale autonoma voce di danno risarcibile.

Orbene, secondo un primo approccio, le sentenze de quibus non avrebbero affatto intaccato la tenuità di una ricostruzione, quella del danno esistenziale, costretta semplicemente, nella novità del sistema bipolare, a trasferire altrove la propria fonte di legittimazione: dall’art. 2043 c.c. all’art. 2059 c.c. Peraltro, tale voce di danno manterrebbe inalterate quelle proprie prerogative, utili, senza eccessivi sforzi, a distinguerlo da quello morale.

Altro orientamento, invece, paventando la possibilità di inaccettabili locupletazioni a vantaggio del danneggiato, discendenti dalla possibile duplicazione risarcitoria a fronte delle medesime evenienze lesive, ma soprattutto sottolineando la difficoltà di tracciare un discrimen credibile tra il  danno esistenziale e un danno morale transeunte, che, privato del suo referente normativo (art. 185 c.p.), smarrisce inevitabilmente le proprie caratteristiche, ha opinato come “ La categoria del cosiddetto danno esistenziale, sorta per aggirare il divieto risarcitorio posto dall’art. 2059 c.c., oggi non ha più ragion d’essere, una volta ritenuto dalla Suprema Corte che il danno non patrimoniale sia risarcibile non solo nei casi espressamente previsti dalla legge, ma anche quando il fatto illecito abbia leso interessi della persona di rango costituzionale”.

Per questo secondo filone ermeneutico, quindi, la figura del danno esistenziale svolge una funzione meramente descrittiva di un aspetto del più ampio genus del danno non patrimoniale, il cui ristoro è riconosciuto attraverso il combinato disposto dell’art. 2059 c.c. e della norma costituzionale posta a presidio del valore della persona attinto dal danno.

Proprio i rapporti tra danno esistenziale e danno non patrimoniale rappresentano il punctum dolens della vicenda per cui si perviene a negare utilità alcuna al primo tipo di danno per ricomprenderlo indistintamente nell’ampia categoria del danno non patrimoniale.

Del resto, di scarso pregio si presentano le distinzioni di matrice giurisprudenziale alla cui stregua da un pati deriverebbe il danno morale subiettivo, da un non facere invece quello esistenziale, ben potendo ad esempio proprio dal non facere derivare un pati. Non si tratterebbe di due situazioni separate, bensì di due diversi momenti della medesima lesione: “il non facere derivante dal pregiudizio “esistenziale” altro non sarebbe se non una protrazione nel tempo di quella sofferenza che è propria della definizione di danno morale fornita dalla sentenza costituzionale n. 184/1986. Quindi non di inaccettabile duplicazione di voci risarcitorie si tratterebbe, bensì di rimodulare il risarcimento complessivo del danno non patrimoniale tenendo conto del pregiudizio globale conseguente all’illecito aquiliano, delle cui ripercussioni nel tempo a venire di vita della vittima dell’illecito che presumibilmente soffrirà non in via transitoria ma per un apprezzabile periodo di tempo per non poter più svolgere attività realizzatrici della persona costituzionalmente tutelate (art. 2 Cost.)”. In giurisprudenza, non sono mancate pronunce in sintonia con le descritte premesse teoriche: Non è concepibile nel nostro ordinamento, e di conseguenza non è autonomamente risarcibile il danno esistenziale, asseritamente consistente nella perdita o nello stravolgimento delle proprie abitudini di vita; tale tipo di pregiudizio, infatti, costituisce un danno indistinguibile dalle sofferenze morali con la conseguenza che di esso si deve debitamente tenere conto nella liquidazione del danno morale, e non può essere liquidato a parte ed in aggiunta rispetto agli altri danni non patrimoniali”. A suffragio degli assunti si invoca, inoltre, la stessa giurisprudenza della terza sezione della Corte di legittimità che, pur riferendosi al danno esistenziale, sembrava nei toni prenderne le distanze su un piano squisitamente concettuale, salvo recuperare un’utilità in sede di liquidazione al solo fine di impedire duplicazioni risarcitorie.  Si deve, quindi, ritenere ormai acquisito all’ordinamento positivo il riconoscimento della lata estensione della nozione di “danno non patrimoniale”, inteso come danno da lesione di valori inerenti alla persona, e non più solo come danno morale soggettivo. Non sembra, tuttavia proficuo ritagliare all’interno di tale generale categoria specifiche figure di danno, etichettandole in vario modo: ciò che rileva, ai fini dell’ammissione a risarcimento, in riferimento all’art. 2059 c.c., è l’ingiusta lesione di un interesse inerente alla persona, dal quale conseguano pregiudizi non suscettivi di valutazione economica. (Cass., sez. III, n. 8828/2003).          

15.1.  L’attività giurisprudenziale tesa a tracciare il confine del danno esistenziale non si è arrestata.

La Suprema Corte è infatti intervenuta in materia con una prima pronuncia nel luglio 2004 affermando in modo categorico che non esiste la categoria del danno esistenziale, essendo, invece, risarcibili le lesioni di specifici valori costituzionalmente protetti.

Sulla medesima lunghezza d’onda, nello stesso mese dell’anno successivo è intervenuta una nuova pronuncia (Cass. civ. sez. III, sentenza 15 luglio 2005 n. 15022)  che conferma le statuizioni della precedente.

La sentenza prende in considerazione ancora una volta la questione della risarcibilità del danno non patrimoniale da uccisione di congiunto, di fatto, consistente nella definitiva perdita del rapporto parentale, costituendo una chiara ipotesi in cui colui il quale invoca il diritto al risarcimento, conseguente all’ uccisione, lamenta un grave vulnus ad un interesse giuridico diverso ed ulteriore sia rispetto al bene salute, sia all’interesse all’integrità morale. La fattispecie esaminata dalla Corte di Cassazione n. 15022/2005 ha costituito quindi un’occasione per precisare che nell’ambito dell’art. 2059 c.c. trovano protezione tutte le situazioni riferibili alla persona umana relative a perdite non patrimoniali, conseguenti ad un fatto illecito produttivo di un danno ingiusto, e la lesione di valori costituzionali, o comunque meritevoli di tutela, laddove normativamente protetti.

Di particolare pregio ed interesse si presenta la pronuncia laddove, lungi dall’affermare l’inesistenza del danno esistenziale, ritiene che quest’ultimo non potendosi ritenere in re ipsa, vada confinato in un’ alveo ben preciso, che, per quanto attiene all’ipotesi considerata della perdita sofferta dai prossimi congiunti della vittima deceduta, merita di essere risarcito, trattandosi di danno conseguenziale non patrimoniale, la cui prova compete al danneggiato, distinguendosi sia dall’interesse al bene – salute sia dall’interesse all’integrità morale, e, parimenti non costituendo né danno patrimoniale, né danno morale soggettivo derivante da reato.   

Come  opportunamente osservato la sentenza apporta un meritorio contributo di chiarezza nella questione sotto due profili: - sul piano della definizione mostrando di ritenere che “danno morale” è espressione atecnica, priva di dignità dogmatica, utilizzata dalla prassi per designare un aliquid particula di danni non patrimoniali; - sul piano dei concetti, espressamente affermando che sofferenze morali e pregiudizi di interessi costituzionalmente protetti non sono danni diversi, ma elementi di cui tenere conto nella liquidazione dell’unico danno non patrimoniale; - sul piano della dogmatica, chiarendo che il danno non patrimoniale è “tipico”, e cioè può essere risarcito solo nei casi previsti dalla legge.
La dottrina in parola sottolinea come il secondo aspetto evidenziato sia di fondamentale importanza, giacchè porta a concludere che la perduta possibilità di svolgere questa o quell’altra cosa non sono danni, ma solo fatti dei quali si deve tenere conto nella liquidazione di un danno unitario, che prende il nome di “danno non patrimoniale” ed è rappresentato dalla sintesi di tutti gli effetti non patrimoniali negativi prodotti dall’illecito. Si è detto “sintesi” e non “sommatoria” in quanto nella liquidazione del danno non patrimoniale occorre sempre avere cura di evitare di liquidare due volte il medesimo pregiudizio come bene mette in evidenza la decisione in esame.
Nello stesso anno la Cassazione, con la pronuncia 24451 ha ridimensionato l’ambito operativo della figura del danno esistenziale facendo confluire gli aspetti dinamico – relazionali, nel danno biologico.         


15.2.  La figura del danno esistenziale, che sembrava ormai annullata nell’ampio genus del danno non patrimoniale o nel danno biologico pluridimensionale (secondo quanto ravvisato dalla Cassazione 24451/2005), viene dalla giurisprudenza rivalutata da una pronuncia del Giudice di Legittimità del marzo 2006, (Cass. Sez. Un. 24 marzo 2006, n. 6572)  con riferimento alla particolare ipotesi di danno da demansionamento.

Orbene, è stato osservato, la nozione di danno esistenziale accolta in questa sentenza dalla Corte di cassazione pare discostarsi da quella delle sentenze 8827/03 e 8828/03, ove rilievo centrale era assegnato all’interesse leso, laddove, invece, la pronuncia del giudice della nomofilachia sembra dirigere la propria attenzione esclusivamente al danno.

La Cassazione, dopo aver ricondotto sotto tale denominazione le voci di danno non patrimoniale invocate in presenza di dequalificazione o demansionamento, cioè il danno all’identità professionale sul luogo di lavoro, all’immagine, alla vita di relazione, al diritto di esplicare la personalità nel luogo di lavoro, definisce come esistenziale “ogni pregiudizio che l’illecito datoriale provoca sul fare areddituale del soggetto, alterando le sue abitudini e gli assetti relazionali che gli erano propri, sconvolgendo la sua quotidianità e privandolo di occasioni per l’espressione e la realizzazione della sua personalità nel mondo esterno”.Nella sentenza le Sezioni Unite della Suprema Corte sono intervenute a comporre il contrasto giurisprudenziale sorto in ordine al riparto dell’onere probatorio nella domanda di risarcimento dei danni sofferti dal lavoratore per effetto del c.d. demansionamento professionale.

In particolare, il Collegio affronta la questione se il diritto del lavoratore al risarcimento del danno, soprattutto di natura esistenziale, consegua in re ipsa al demansionamento o, al contrario, debba essere provato dal lavoratore ai sensi dell’art. 2697 c.c.

Le Sezioni Unite hanno sciolto il contrasto asserendo che il danno patito dal lavoratore per effetto del demansionamento non discende in via automatica dall’inadempimento datoriale, nel senso che è in re ipsa nella potenzialità lesiva della condotta del datore di lavoro, ma, al contrario, esso va provato dal lavoratore, il quale è tenuto, altresì, a dimostrare, ai sensi dell’art. 1223 c.c., l’esistenza di un nesso di causalità fra l’inadempimento e il danno e a precisare quali, fra le molteplici forme di danno da dequalificazione, ritenga di aver subito, fornendo, a tal proposito, ogni elemento utile per la ricostruzione della loro entità. 

Quanto, poi, agli strumenti probatori a disposizione del lavoratore per la prova dei danni patiti e, in particolare del danno esistenziale, le Sezioni Unite hanno cura di precisare che il danno esistenziale può essere verificato attraverso la prova documentale, testimoniale e presuntiva, la quale ultima, lungi dal rappresentare un mezzo di rango secondario nella gerarchia dei mezzi di prova, può essere impiegato anche in via esclusiva dal giudice per la formazione del suo convincimento.        15.3. Al termine del travagliato iter giurisprudenziale, con la sentenza n. 13546/2006, (la fattispecie attenzionata dalla Suprema Corte afferiva il risarcimento dei danni sofferti dai congiunti per la perdita in un sinistro stradale di un proprio familiare), si recepisce l’insegnamento dell’intervento nomofilattico e si offre piena ed incondizionata cittadinanza ad una delle più dibattute categorie giuridiche collocandola (nell’ambito del “sistema bipolare” delineato all’esito dell’intervento razionalizzatore della Cass., 31 maggio 2003, n. 8827 e Cass., 31 maggio 2003, n. 8828), unitamente al danno morale soggettivo ed al danno biologico, all’interno della categoria generale del danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 c.c., quale danno alla salute in senso lato che, in presenza di lesione di interessi essenziali della persona come quelli costituzionalmente garantiti della salute, della reputazione, della libertà di pensiero ecc. si sostanzia in una modificazione (peggiorativa) della personalità dell’individuo che si obiettivizza socialmente nella negativa incidenza sul relativo modo di rapportarsi con gli altri sia all’interno del nucleo familiare, che all’esterno del medesimo, nell’ambito dei comuni rapporti della vita di relazione, in conseguenza della subìta alterazione. La pronuncia si occupa anche della formulazione della domanda introduttiva del giudizio per ottenere il ristoro del danno esistenziale.In particolare modo la Corte opina che nel caso in cui la vittima di un fatto illecito domandi il ristoro del danno non patrimoniale, senza ulteriori specificazioni, la domanda deve intendersi estesa a tutti i tipi di pregiudizi che andranno individuati e liquidati dal giudice iuxta alligata e provata. 


15.4 Successivamente alle due sentenze del marzo e giugno 2006, a fronte di commenti favorevoli al pieno riconoscimento della figura del danno esistenziale non sono mancati commenti critici e contrari ai decisa della Cassazione.

Aspetto condiviso dalla letteratura formatasi sulla sentenza è rappresentato dal superamento della tipicità (richiesta dall’art. 2059 c.c.) per il ristoro del danno non patrimoniale nella sua accezione esistenziale.

E’ stato osservato, infatti, che il grado di tassatività dei “casi determinati dalla legge” è ben differente ove lo si individui attraverso il codice penale, o se, invece, lo si individui attraverso la Costituzione.

Quanto alla posizione contraria alla soluzione esegetica prospettata dai giudici di piazza Cavour, si è in primis osservato che la Cassazione 6572/06, ammettendo la possibilità che il demansionamento del lavoratore subordinato, con violazione dell’art. 2103 c.c., possa  causare al lavoratore stesso, oltre che un danno patrimoniale, anche un danno biologico, come pure esistenziale, derivante dalla lesione del diritto fondamentale del lavoratore alla libera esplicazione della sua personalità nel luogo di lavoro, tutelato dagli articoli 1 e 2 della Costituzione, cada in contraddizione.

Si osserva, infatti che prima si identifica il danno con la lesione di un diritto (come se fosse un danno evento), ma poi per la liquidazione del risarcimento si pretende la dimostrazione di un pregiudizio ulteriore (come se fosse un danno – conseguenza). Pregiudizio ulteriore che, ovviamente, non potrà che essere o biologico, o morale, o patrimoniale: il che dimostra l’inutilità della nuova categoria.

La medesima dottrina prosegue nella sua rivisitazione critica degli interventi giurisprudenziali del 2006 obiettando sulla possibilità che quello del marzo del 2006 delle Sezioni Unite possa essere considerato un precedente, come opinato dalla Cassazione n. 13546/2006.

Si osserva, infatti, che alle Sezioni Unite, nel ricorso che ha dato ragione alla sentenza, era stata posta una domanda secca: se il danno da demansionamento fosse in re ipsa, ovvero dovesse essere adeguatamente allegato e provato. La risposta, ovvia, non poteva che essere nel senso che qualsiasi danno va debitamente allegato e dimostrato da chi lo invoca. La motivazione sarebbe potuta finire qui: null’altro esigeva, infatti, la decisione del caso concreto. Le Sezioni Unite, invece, hanno sentito l’esigenza di andare oltre, e diffondersi in una ampia motivazione in cui il giudice di legittimità afferma la configurabilità in facto, e ammette la risarcibilità in iure, di un danno definito esistenziale. Ma è evidente, conclude l’autore, che questa parte della motivazione non ha affatto autorità di precedente, ma costituisce soltanto un enorme obiter dictum.In secondo luogo, si osserva, richiamando un numero corposo di precedenti giurisprudenziali di segno contrario, che la pronuncia del giugno 2006 alimenta un contrasto in seno al giudice di legittimità, piuttosto che scioglierlo.

La tesi in esame contesta, altresì, l’autonomia della figura del danno morale.

Si opina, infatti, che così come l’emersione del danno biologico ha comportato il necessario assorbimento in esso del “danno alla vita di relazione”, sorto al fine di aggirare l’ostacolo rappresentato dall’art.2059 c.c., allo stesso modo l’emersione della nuova ampia categoria di “danno non patrimoniale”, propugnata da Cassazione 8827/03, renda superflua la nozione di danno morale intesa quale transeunte turbamento dell’animo.

Altro motivo di perplessità è stato ravvisato nella nozione di danno esistenziale accolta dalla Cassazione 13546/06 che in primis si presenta ambigua e sfuggente; e che rispetto al danno definito morale, resta indistinta. L’oggetto del danno in questione, infatti, è così definito dalla Corte: “ Una modificazione peggiorativa della personalità dell’individuo, che si obiettivizza socialmente nella negativa incidenza sul suo modo di rapportarsi con gli altri, sia all’interno del nucleo familiare, che all’esterno del medesimo, nell’ambito dei comuni rapporti della vita di relazione”.Trattasi, secondo il pensiero in esame, di definizione di tale sconfinata latitudine da risultare inutilizzabile per l’interprete.

Altro aspetto che non convince questa parte della dottrina consiste nella differenziazione che viene tracciata tra danno esistenziale e danno morale.

In primo luogo si osserva come comunemente il danno cosiddetto esistenziale si distingua da quello morale perché quest’ultimo consisterebbe solo nel patema d’animo ed avrebbe natura meramente emotiva e interiore.

Orbene a tale affermazione è mossa una duplicità di obiezioni.

Innanzitutto v’è da osservare come appaia pericoloso e controproducente sostenere che il danno morale costituisca una sofferenza “interna”. Se così fosse, tale danno non potrebbe mai essere dedotto né provato in giudizio, giacchè i moti  dell’animo sono noti solo a chi li avverte.

In secondo luogo, non convince la distinzione tra danno morale e danno cosiddetto esistenziale fondata sul rilievo secondo cui chi subisce un danno morale “ soffre”, mentre chi subisce un danno esistenziale “ non fa”.

La sofferenza morale causata dall’illecito, infatti, è sempre una sofferenza causata da una rinuncia.

Autorevole dottrina aggiunge, a queste riflessioni sulla difficile distinzione ontologica tra danno esistenziale e danno morale, problemi di natura probatoria. Si osserva, infatti, che mentre il nuovo danno non patrimoniale è oggetto di prova, di allegazione o di valutazioni prognostiche, viceversa così non è per il danno morale soggettivo: questo è davvero il solo danno in re ipsa.

Altra dottrina, anch’ essa critica sulla soluzione ermeneutica condivisa dalla pronuncia in rassegna, sostiene altresì la non facile distinzione tra il danno esistenziale ed il danno biologico come descritto nel codice delle assicurazioni. Il codice, infatti, definisce danno biologico la lesione all’integrità psico – fisica della persona che sia suscettibile di accertamento medico legale in quanto esplichi “un’ incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico – relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito” (art. 138, secondo par. lett. a), d.lgs. 209/2005).

E, quindi, si aggiunge, pare difficilmente sostenibile una ontologica diversità tra il danno biologico c.d. dinamico, non legato e non identificato nella sola sfera della lesione psico – fisica, e il danno esistenziale.

Tanto più che la stessa pronuncia delle Sezioni Unite (la 6572/2006, richiamata dalla Cass. 13564/2006) sottolinea che il danno esistenziale non consiste in meri “dolori e sofferenze”, ma deve aver determinato “concreti cambiamenti, in senso peggiorativo, nella qualità della vita”. Tale passaggio del decisum della Cassazione ha spinto autorevole dottrina a ritenere accolta dai Giudici di Piazza Cavour l’idea del danno esistenziale come l’aspetto relazionale del danno alla salute, anche qualora questo manchi del suo presupposto, ossia della lesione accertata medicalmente. In altri termini una nozione di danno alla salute sempre più prossima a quella definizione data dall’organizzazione mondiale della sanità: diritto alla salute come completo benessere psicofisico e non soltanto come assenza di malattia.

E tale considerazione è stata accolta, come si è avuto modo di osservare, anche da una parte della giurisprudenza della Cassazione (Cass. Sez. III, 25 maggio 2006, n. 12423) nella lettura pluridimensionale del danno biologico che riduce i margini di operatività del danno esistenziale.

E’ stato altresì osservato, inoltre, che, aderendo alla soluzione prospettata dalla Cassazione con le pronunce del 2006 (la 6572 e la 13546) in termini di autonomia dal danno biologico della componente esistenziale e morale del danno, si rischia di vanificare gli obiettivi perseguiti dal legislatore, ovvero pervenire alla tabellazione del danno micro e macro permanente per favorire una conciliazione stragiudiziale delle controversie. E’evidente, si aggiunge, come, nel momento in cui, dalle tabelle determinative del quantum debeatur, restano fuori due grandi componenti del danno non patrimoniale, quali il danno morale e il danno da lesione di valori costituzionalmente garantiti, tutto il sistema risarcitorio del codice delle assicurazioni rischia di vacillare, non offrendo quelle garanzie di semplificazione e di velocizzazione che erano alla base della scelta di stabilire una tabellazione unitaria nazionale.

La tesi favorevole alla discriminazione tra danno morale ed esistenziale, invece, opina sulla necessità che la distinzione tra danno morale e danno esistenziale vada ribadita in maniera ancor più netta oggi, alla luce del nuovo sistema. Nel momento in cui entrambe le figure sono state ricondotte sotto l’ombrello della medesima regola risarcitoria, appare evidente priva di senso qualsiasi operazione tendente al travaso di contenuti pregiudizievoli da una voce all’altra.

Chiamare le cose con il loro nome, e quindi parlare di danno morale laddove l’obiettivo sia quello di procedere al ristoro di ripercussioni avente carattere emotivo/ interno, appare, del resto, necessario al fine di evitare che possa essere attuata una sorta di “demonizzazione” del danno esistenziale. Spesso la critica di tale figura è stata, infatti, prospettata dagli interpreti a fronte di sentenze dal contenuto poco condivisibile, dove tuttavia l’utilizzo della figura trovava un riscontro puramente nominalistico, mentre in realtà i riflessi risarcitori cui si offriva ristoro sussumevano il carattere di disagio e sofferenza della vittima.

A fronte delle diverse letture della pronuncia del Giugno 2006 n. 13546, non è mancato chi la considera in linea con la precedente della Sezioni Unite (la 6572/2006) e da non leggere in chiave polemica tra esistenzialisti e non esistenzialisti.

Si osserva, inoltre, che la scelta operata nel 2003 (con le richiamate sentenze n. 8828 e 8827) abbia indotto la Cassazione a superare quel dibattito, senza negare i pregiudizi ai valori della persona umana, rientranti nell’art. 2 della Cost. In definitiva, a prescindere dalle questioni terminologiche, i giudici di legittimità non hanno mai negato rilievo giuridico ad una certa area ricoperta dal danno esistenziale, ma hanno ritenuto che questa dovesse essere sistematicamente ridefinita nell’ambito di un più generale processo che ha portato a rivedere l’art 2059 c.c.

 16. Come ultimo aspetto del danno esistenziale, occupiamoci delle problematiche probatorie e quantificatorie di tale danno.

Cominciando dal primo aspetto, l’adesione al consolidato orientamento giurisprudenziale che, a partire dalle sentenze gemelle del maggio 2003, giudica il danno esistenziale quale danno conseguenza, determina, come corollario, la necessità che colui il quale invoca il ristoro per il pregiudizio non patrimoniale patito debba offrire la prova positiva del danno sofferto.

Orbene, le difficoltà connesse alla dimostrazione delle conseguenze dannose originate dalla lesione, che rischiano di tradurre l’allegazione probatoria in una vera e propria probatio diabolica de qua, vengono superate in ragione del ricorso alle presunzioni.   

La presunzione, difatti, strumento ermeneutico per addivenire ad un fatto incerto partendo da uno certo, rappresenta un ausilio probatorio indispensabile nei casi che ci riguardano, consentendo all’ermeneuta di apprezzare, sulla scorta di valutazioni condotte in nome dell’id quod plerumque accidit, nocumenti assai sfuggenti.

Il ricorso alla presunzione, altresì, garantisce tale possibilità senza, tuttavia, pregiudicare oltremodo le ragioni del presunto danneggiante, che, data la natura relativa della presunzione, manterrebbe salva la controprova al fine di escludere ab imis danni alla sua condotta imputabili, o, quantomeno al fine di ridurre le eventuali conseguenze risarcitorie.

Ciò detto sul crinale dell’an, veniamo a quello del quantum. Permangono inalterate le difficoltà di cui sopra anche sotto il profilo della quantificazione. Difatti, il danno esistenziale, inteso alla stregua di patimento derivante dalla rinuncia ad attività realizzatrici della persona, sconta oltre alla sua sfuggente apprezzabilità in senso oggettivo, un differente apprezzamento in chiave soggettiva, nella misura in cui a fronte del medesimo vulnus le sue conseguenze possano essere diversamente sofferte dalla vittima, ergo apprezzate in sede di giudizio.

La difficoltà dell’esegeta, inoltre, come osservato, risiede anche nel commisurare in maniera adeguata la somma destinata ad incrementare il patrimonio del danneggiato, a fronte di un danno che abbia inciso negativamente sulla sua sfera non economica. Si tratta, cioè, di procedere ad una compensazione impropria, in quanto mette a confronto due entità non omogenee (il denaro, del risarcimento, e la diminuzione esistenziale della vittima dell’illecito).

Tale operazione, si suggerisce, da parte del giudice, deve avvenire nel segno di una garanzia di uniformità di trattamento delle vittime: pregiudizi non patrimoniali simili dovranno trovare riscontro nell’attribuzione di un’identica quantità di denaro. Nel contempo, si tratterà comunque di tenere conto che lesioni identiche sono suscettibili di riverberarsi in maniera differenziata sulla vittima, in ragione della sua specifica situazione.

Per ovviare a tale esigenza taluno senza mezzi termini ha proposto in sede di liquidazione il ricorso al criterio equitativo puro mercè il ricorso al combinato disposto di cui agli artt. 1226, 2056 c.c. Anche giurisprudenza di legittimità ha convenuto sul punto, suggerendo di ancorare un giudizio altrimenti a rischio di arbitrio a parametri quali una data percentuale del danno biologico accertato.

Nella liquidazione equitativa del danno non patrimoniale derivante da fatto illecito, deve tenersi conto della gravità dell’illecito penale e di tutti gli elementi della fattispecie concreta, in modo da rendere il risarcimento adeguato al caso specifico. Ne consegue che il ricorso da parte del giudice di merito al criterio della determinazione della somma dovuta a titolo di risarcimento del danno morale in una frazione dell’importo riconosciuto per il risarcimento del danno biologico, non è di per sé illegittimo, a condizione che si tenga conto delle peculiarità del caso concreto, effettuando la necessaria personalizzazione del criterio alla specifica situazione, ed apportando, se del caso, i necessari correttivi, senza che la liquidazione del danno sia rimessa ad un puro automatismo.
(Nella specie, relativa al risarcimento del danno per la morte del coniuge e padre degli attori in un sinistro ferroviario, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva applicato automaticamente le tabelle in uso presso il tribunale locale, senza dar atto di aver tenuto conto del danno da sconvolgimento delle abitudini di vita del nucleo familiare e della procurata assenza della figura paterna in relazione all’età dei figli al momento del sinistro (Cass. civ. n. 10035/2004.)   

In altri frangenti si è opinato di utilizzare addirittura una certa percentuale di danno patrimoniale nel frattempo rigorosamente accertato (Trib. Milano, sez X, 1° dicembre 2003).

De iure condendo, sono state presentate varie soluzioni.

Tra queste merita menzione quella che prevede il ricorso al metodo giuridico puro, altrimenti detto criterio della piramide normativa, a tenor del quale l’entità del risarcimento, in un contesto informato ai principi di proporzionalità, andrebbe considerata in ragione del rango, della posizione giuridica, del grado di intensità della protezione di cui il bene della vita leso gode nell’ordinamento. In tal modo si garantirebbe quella uniformità di giudizio tanto invocata, sacrificando però quella dimensione del danno esistenziale ontologicamente soggettiva, appiattendo entro i medesimi confini risarcitori, nocumenti spesso fonti di lesioni diversamente sofferte.

Altra soluzione nel tentativo di coniugare esigenza di razionalizzazione dei giudicati, da un lato, e quella di tener conto del modo molto personale di vivere certe lesioni, incoraggia l’approntamento di un sistema tabellare di settore, variabile cioè in base al fatto illecito, che nella sua flessibilità consentirebbe quell’immancabile opera di personalizzazione del risarcimento.

Resta ferma, tuttavia, ad onta di certi apprezzabili sforzi, l’insoddisfazione delle soluzioni proposte e l’attesa di una risposta che solo il legislatore è in grado di fornire al fine di garantire il soddisfacimento di quelle irrinunciabili esigenze di certezza giuridica e di uniformità nei decisa.

Il legislatore sembra aver dato risposta a questa esigenza, almeno in materia di incidente stradale e nautica, elaborando una nozione di danno biologico più ampia, comprensiva, della componente dinamico – relazionale.

Resta, tuttavia, il rischio che una lettura restrittiva del danno biologico, limitato cioè alle sole lesioni fisiche medicalmente accertabili, possa frustare le finalità perseguite dal legislatore del codice delle assicurazioni, di omogeneizzazione del ristoro del pregiudizio esistenziale.

Certo è che, indipendentemente dalla strada che si scelga di seguire, irrinunciabile quanto indispensabile compagno di viaggio sulla via che porta ad un equo risarcimento è la figura del consulente tecnico , unico soggetto in grado, in virtù del proprio bagaglio tecnico - professionale, di illuminare il giudice nel suo difficoltoso compito.                                     

Data di pubblicazione: 17 dicembre 2008.  
            

  
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